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Editoriale
26 febbraio 2018
di Eugenio Leopardi
Rif. rivista N2 NUOVO COLLEGAMENTO 2018
Un decalogo intollerabile

Lo scorso 15 febbraio, l'Associazione Italiana di Dietetica e nutrizione clinica (ADI) ha diramato un comunicato stampa dal titolo le dieci regole per gestire le intolleranze alimentari. Questo decalogo, avvallato da numerosissime società scientifiche e da associazioni professionali tra le quali la Federazione Nazionale Ordine Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO,', ', ', '), evidenzia l'arretratezza del pensiero di gran parte della categoria medica e, di certo, di alcune sue rappresentanze istituzionali. Il decalogo mescola una serie di informazioni di carattere scientifico - come il fatto che le intolleranze alimentari non sono responsabili di sovrappeso e obesità - con indicazioni pratiche rispetto all'iter che l'utente dovrebbe seguire per risolvere i propri dubbi circa la presenza di eventuali intolleranze. Nel documento, la buona intenzione di trasmettere al pubblico utili informazioni in materia di intolleranze alimentari lascia ampio spazio ad una serie di invettive che hanno l'evidente intento di rimarcare il ruolo del medico come unica figura professionale di riferimento in ambito nutrizionale. Oltre che confondere al proprio interno informazioni di carattere scientifico e difesa delle prerogative della professione medica, il decalogo fa un parallelismo inverosimile tra l'accuratezza diagnostica dei test, le competenze professionali di chi li somministra al pubblico e le autorizzazioni di chi è preposto ad interpretarne i risultati. In una sorta di elenco che contrappone buoni a cattivi, il documento non mira a fare chiarezza in un campo di estremo interesse per il cittadino, ma tende unicamente a delineare vecchi confini di competenze in ambito sanitario. C'è da chiedersi a chi tale documento sia rivolto: in apparenza, il decalogo sembra parlare al pubblico, nella realtà è un ammonimento alle altre professioni sanitarie.
Essendo, tra queste, citata la professione dei farmacisti, Utifar risponde con fermezza alla evidente provocazione lanciata da chi ha redatto e approvato questo documento.
Anzitutto, districando la matassa, merita una risposta l'aspetto legato alle tecnologie diagnostiche, ovvero ai test per le intolleranze, attualmente molto impiegati. La tecnologia, in questo ambito, sta facendo passi da gigante, dei quali i medici, o almeno le loro rappresentanze, sembrano non essere a conoscenza. Il decalogo non spende una parola per informare circa le migliori tecniche diagnostiche attualmente disponibili e si limita ad indicare quello che, ad avviso di chi lo ha redatto, non si dovrebbe fare. Nel suo punto quarto, il decalogo invita a "Diffidare da chiunque proponga test di diagnosi di intolleranza alimentare per i quali manca evidenza scientifica di attendibilità. I test non validati sono: dosaggio IGg4, test citotossico, Alcat test, test elettrici (vega‐test, elettroagopuntura di Voll, bioscreening, biostrengt test, sarm test, moratest,', ', ', '), test kinesiologico, dria test, analisi del capello iridologia, biorisonanza, pulse test, riflesso cardiaco auricolare". Altro punto che merita di essere stigmatizzato è il terzo, laddove si invita il pubblico a "non rivolgersi a personale non sanitario e attenzione a coloro che praticano professioni sanitarie senza averne alcun titolo. Spesso i test non validati per la diagnosi di intolleranza alimentare, vengono proposti da figure professionali eterogenee, non competenti, non abilitate e non autorizzate, anche non sanitarie. Non effettuare test per intolleranze alimentari non validati scientificamente in centri estetici, palestre, farmacie, laboratori o in altre strutture non specificatamente sanitarie.
Solo il medico può fare diagnosi".
Salta agli occhi di tutti la comparazione che il documento fa tra farmacie, palestre e altri esercizi come i centri estetici. Inoltre, questo passaggio del decalogo mescola concetti molto differenti tra loro, ovvero la validità diagnostica dei test, l'abilitazione professionale di chi li esegue e quella di chi emette una diagnosi.
A tale proposito, è bene ricordare un concetto generale: i test autodiagnostici non necessitano, per definizione, di abilitazione né, tantomeno, di competenze da parte di chi li esegue. I test danno risultati, saranno poi le professionalità abilitate ad interpretarli e a dare le soluzioni adeguate che, nel caso in questione, si concretizzano nella prescrizione di diete. Se un farmacista elabora una dieta commette un abuso, questo lo sappiamo bene. Ma se egli offre un test di autodiagnosi alla propria clientela, aiutandola ad eseguirlo nel modo corretto, pone in essere un comportamento più che legittimo, peraltro sancito ed incentivato da una serie di normative che fanno riferimento alla cosiddetta "farmacia dei servizi".
Più che confondere tecnologia con abilitazioni, i rappresentanti dell'ADI, della Fnomceo e delle altre associazioni firmatarie dovrebbero fare chiarezza tra altri due termini: abilitazione e competenze. Ed è qui che risiede il nocciolo della questione: le persone preferiscono rivolgersi ai farmacisti piuttosto che ai medici per ottenere consigli in ambito alimentare. Rispetto a questa situazione, piuttosto che emanare decaloghi confusi, i medici potrebbero iniziare ad operare un'autocritica costruttiva. Dal canto nostro, noi farmacisti sappiamo che il benessere, la salute e la prevenzione passano per un corretto stile di vita, i cui cardini sono rappresentati dall'attività fisica e da una corretta alimentazione. Il farmacista si sta evolvendo e sta sempre più specializzandosi nel settore della nutrizione perché questo campo è centrale nella scienza medica moderna, come del resto dimostrano le più recenti evidenze scientifiche. Esiste poi tutto il settore della nutraceutica e dell'integrazione alimentare, dove il farmacista è molto competente, attento al dialogo con il pubblico e capace di proporre soluzioni utili ed efficaci. Forse è questo a fare paura ai medici? Forse si accorgono che in ambito di nutraceutica sono superati dai farmacisti e richiamano assurdi ambiti prescrittivi, laddove la prescrizione non esiste ma si parla di consiglio? Forse l'inconsistenza tecnica di alcuni test funge da scusa per richiamare a sé esclusive superate dai tempi?
Fintanto che una buona parte della categoria dei medici di medicina generale continua, imperterrita, a compilare ricettari senza nemmeno guardare negli occhi le persone, credo che risulti naturale che il pubblico si rivolga a noi farmacisti per avere informazioni ed ottenere attenzione.
Noi farmacisti andiamo avanti, con percorsi formativi di qualità tesi a stare al passo con le nuove tecnologie e con le più recenti evidenze in ambito di nutrizione.
Rimaniamo pertanto molto delusi nel leggere decaloghi tesi a riportare indietro le lancette del tempo al solo scopo di mantenere invariati equilibri ormai datati e che andrebbero rivisti.
La confusione nel settore dell'alimentazione è molto forte, proprio perché autorizzazioni e competenze non viaggiano, da tempo, più insieme. Il ministero ha già chiesto ai firmatari di rivedere questo decalogo. Speriamo trovi anche la forza per mettere ordine in una materia di grande interesse per i singoli cittadini e per la salute pubblica in generale come è quella della nutrizione.
Eugenio Leopardi

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