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Editoriale
03 maggio 2012
di Eugenio Leopardi
Rif. rivista N. 4 Maggio 2012
DOVE NASCONO LE INCONGRUENZE

Lo scorso 17 aprile, a Roma, Utifar ha organizzato un convegno per chiarire i punti più controversi della recente legge sulle liberalizzazioni. Hanno partecipato all'incontro alcuni tra i più attenti giuristi in materia farmaceutica, che si sono confrontati nel merito delle questioni con il consulente del ministero della Salute, anch'egli giurista molto competente, Claudio De Giuli. Pianta organica, sedi farmaceutiche di nuova apertura, concorsi, 65 anni. Tutti temi affrontati nello specifico per l'interesse dei partecipanti. Al di là del merito delle singole questioni, mi interessa ragionare sul perché delle molte incongruenze della legge. Da dove nascono? Come è possibile che il tempo intercorso tra la pubblicazione del decreto e la sua conversione in legge, trascorso tra incontri e confronti politico istituzionali, abbia portato a modifiche non sempre migliorative? Quando dico migliorative, intendo positive per il servizio farmaceutico e per una sua congruità. Non intendo, al contrario, migliorative per la categoria. Ed è proprio in questo malinteso che, a mio avviso, risiedono le incongruenze di questa legge. Non si è trattato, infatti, di un confronto sviluppatosi su un binario unico tra due soggetti contrapposti; dove il sindacato di categoria puntasse a difendere gli interessi corporativi e il Governo un modello più liberista della distribuzione farmaceutica. Non si è trattato, in definitiva, di una vertenza tra sindacato e legislatore. Altri mediatori, ovvero i politici dei due principali schieramenti che sostengono il Governo tecnico, hanno preso parte attiva nel definire il merito della legge. Ciascuno per portare a casa punticini del proprio, contrastante, modello di distribuzione farmaceutica. Ho sostenuto più volte, in questo spazio editoriale, che la riforma di un settore, in qualunque direzione essa vada, deve dare a chi opera un quadro nor mativo di riferimento chiaro e inequivocabile. Poi, a quel quadro ci si adeguerà con i cambiamenti necessari e mettendosi professionalmente in gioco. Questa legge è l'esatto contrario. Un tassello di liberalizzazioni, un altro di conservazione, un altro ancora per accondiscendere a questi o per non scontentare quelli. Ci troviamo così di fronte a una legge che ha già in cantiere più ricorsi che innovazione. Al convegno, la frase che più è stata ripetuta è stata: «Gli avvocati ringraziano». Quello che dispiace, al di là del risultato, è il metodo. Nessuno, e men che meno il Governo tecnico che, in assoluta buona fede, voleva migliorare un settore giudicato aprioristicamente da svecchiare, voleva fare una legge così imperfetta. Cosa è mancato, allora? A mio avviso è mancata la co- noscenza del settore, peculiare e chiuso, che la stragrande maggioranza dei politici ignora. Si va avanti per ideologiche prese di posizione da contrapporre a non ben coordinate difese dello status quo. Il modus operandi sembra essere: «Se perdo questo, forse ottengo quello. Ma se ottengo quello, allora devo cedere questo». Così non si fanno le leggi. O meglio, così si fanno le leggi quando non si conosce il settore al punto da poterne avere una visione di insieme e a lungo respiro, miglioratrice, fondante di un nuovo sistema che funzioni meglio e sostituisca il vecchio. Cosa fare, allora, per evitare il rischio di future reiterazioni di ignoranza sistemica? Da parte nostra, associazione tecnica dei farmacisti, l'impegno è quello di comunicare sempre più, anche all'esterno, la realtà della farmacia. Nel tempo, fare conoscere al pubblico, ai farmacisti stessi appartenenti ai vari schieramenti di interessi contrapposti e ai politici, come funziona davvero il mondo della distribuzione dei farmaci porterà di certo a risultati migliori e a politiche più lungimiranti.

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