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Editoriale
30 giugno 2007
di Eugenio Leopardi
Rif. rivista Giugno - 2007
Il martedì nero della farmacia

Se l'emendamento di Sergio D'Elia (Rosa nel Pugno) al Ddl sui diritti dei consumatori, approvato il 29 Maggio scorso alla Camera con il favore del Governo, non verrà modificato al Senato, ciò comporterà la morte della farmacia.
Infatti l'obiettivo dell'emendamento è quello di "legare la vendita del farmaco non al luogo fisico della sua distribuzione, la farmacia, ma alla persona del professionista che la legge autorizza a dispensare il farmaco".
In Italia ci sono 70.000 farmacisti e solo 17.000 farmacie, quindi potenzialmente 20-30.000 nuovi distributori di farmaci. Tra l'altro nella stesura originaria l'emendamento prevedeva la liberalizzazione di tutte le fasce (A, B e C) di farmaci (la stipula della convenzione con il SSN sarebbe stata poi un atto dovuto). Ma l'aspetto più grave è che l'emendamento coi suoi obiettivi non è il frutto dell'iniziativa di un semplice peones della politica alla ricerca di notorietà, ma rappresenta il pensiero degli uomini che contano dell'attuale Governo. Quindi, anche se, come speriamo, il Senato ora non l'approverà, prima o poi salterà fuori un altro provvedimento che cercherà di spingere al di fuori della farmacia la vendita di tutti i farmaci registrati, con l'esclusione dei soli magistrali che nessuno vuole per l'onerosità dell'allestimento e l'assenza di utile. La situazione è quindi gravissima !
Esiste il pericolo che le parafarmacie o qualsiasi negozio di vicinato si trasformino in farmacia, che salti la pianta organica, che aumenti a dismisura il numero delle farmacie e quindi diventi insufficiente la loro resa economica, che si azzeri il loro valore.
Se i taxisti e i benzinai protestano, i farmacisti avrebbero già dovuto fare la rivoluzione. Invece tra i colleghi serpeggia una strana quiete: il direttivo di Federfarma dopo l'annuncio delle dimissioni è silente, la FOFI si barcamena fra titolari e non titolari. Tutti sembrano in attesa di un evento miracoloso: forse fanno affidamento nelle assicurazioni fornite dal Ministro della Salute. A mio parere sarebbe stato più opportuno organizzare immediatamente pesanti azioni di protesta, come la chiusura di tutte le farmacie e la disdetta della convenzione e poi esaminare in assemblea l'adesione della base e rimettere il mandato in caso di insuccesso. Mi aspettavo infatti che, a fronte di un tale pericolo, l'intera categoria fosse smaniosa di una forte reazione sul tipo di quella dei taxisti che nel giro di 24 ore, con il blocco parziale di Roma e Milano, hanno ottenuto dal Governo assicurazioni di modificare norme ritenute dannose per la loro attività.
Però quanto è accaduto dovrebbe indurre tutti noi ad un cambio di mentalità. Presto saremo chiamati ad un confronto con la pubblica amministrazione per il rinnovo della convenzione, per definire il nuovo ruolo della farmacia, per la revisione dei margini. Prepariamoci seriamente. Abbandoniamo altisonanti ma vaghe dissertazioni sulla farmacia dei servizi, sulla farmacia centro di primo soccorso del SSN e altre forzature. Facciamo una accurata analisi dei singoli servizi, dei loro costi, e se interessano al SSN presentiamo una offerta economica che, se accettata, rappresenterà la base per la convenzione con le farmacie disponibili.
Essere seri significa anche smetterla di offrire prestazioni in forma gratuita (dal collegamento al CUP all'acquisto del defibrillatore,', ', ', '), innanzitutto perché la farmacia non è un ente di beneficenza e poi perché si dà l'impressione di compensare con gratuità una attività speculativa. Essere seri vuol dire aver sempre presente che la farmacia è una azienda disponibile a prestazioni di servizio professionali ma a pagamento, perché deve rispettare esigenze economiche, soprattutto ora che il Parlamento ha deciso, senza alcuna motivazione, di mettere a repentaglio l'equilibrio del suo bilancio.
Il mio auspicio è che in qualche modo la situazione venga sanata e il pericolo tamponato.
Altrimenti UTIFAR sarà costretta ad intervenire con iniziative atte a salvaguardare la gestione economica, professionale e sindacale delle farmacie degli associati.
Per fare un intervento a più voci, abbiamo deciso di sentire anche l'opinione sull'emendamento D'Elia dei nostri consulenti Avv. Claudio Duchi e Prof. Marino Mascheroni, che analizzeranno le conseguenze rispettivamente sotto l'aspetto legale e sotto l'aspetto finanziario.

il parere dell'avvocato Claudio Duchi Offende (anche) il modo ...

La lettura del resoconto del dibattito alla Camera dei Deputati sull'emendamento che ha consentito la vendita dei farmaci di fascia C al di fuori della farmacia e l'esame della norma uscita da tale discussione mi induce a cinque osservazioni:
1. Un primo aspetto della vicenda risulta intollerabile sia per la categoria professionale dei farmacisti che per ogni cittadino: la cosiddetta "liberalizzazione" applicata ai farmaci si configura sempre più come "a formazione progressiva", cioè come una sorta di romanzo a puntate in cui si tratta di vedere cosa accadrà nella puntata successiva. Tutto ciò è assai poco serio, perché mostra non già di corrispondere ad una esigenza sociale effettiva e ponderata, bensì piuttosto alla volontà di approfittare di contingenze politiche e parlamentari per realizzare una progressiva demolizione della farmacia che non si ha il coraggio di dichiarare esplicitamente e di realizzare con trasparenza.

2. E' penosa anche la frettolosità e la sciatteria del dibattito, almeno da parte di chi l'emendamento ha presentato e difeso.
Sorprende, insomma, come una questione che investe la salute dei cittadini, che riguarda un assetto consolidato del servizio farmaceutico e che coinvolge il lavoro e la consistenza patrimoniale di un'intera categoria professionale venga trattata con la superficialità che si giustificherebbe se la discussione riguardasse una modesta sovvenzione a qualche circolo del bridge.
La sensazione finale è quella dell'inadeguatezza del dibattito e dell'informazione di chi deve prendere le relative decisioni.

3. La sostanza della scelta è davvero indifendibile: non si tratta di essere favorevoli o contrari alle liberalizzazioni; l'uscita dalla farmacia del farmaco di automedicazione, ad esempio, giusta o sbagliata che sia, risponde ad una logica riconoscibile che può essere rivendicata in buona fede.
Infatti, si può certamente discutere dell'opportunità che il farmaco di automedicazione sia venduto anche al di fuori della farmacia, ma non si può negare che, se di automedicazione si tratta, cioè di iniziative che muovono da scelte personali e dirette del paziente, non sia scandaloso concludere per la superfluità della mediazione del farmacista e della vendita esclusivamente in farmacia.
Far uscire dalla farmacia i farmaci di fascia C significa, invece, far uscire dalla farmacia e far entrare non si sa dove la ricetta del medico, cioè esportare l'essenza della attività del farmacista in farmacia.
Ciò rappresenta una banalizzazione del farmaco ed una diluizione del concetto di farmacia che, facendole perdere i suoi connotati fondamentali, può preludere ad ulteriori picconate demolitorie.

4. La qualità normativa dell'art. 1 bis emerso dalla discussione dell'emendamento è davvero pessima a prescindere dalla sostanza della norma.
Infatti la norma è strutturata in modo da contrapporre la dispensazione al pubblico dei medicinali "prescritti dal medico sul ricettario dell'SSN", da effettuarsi "esclusivamente nell'ambito delle farmacie convenzionate con il SSN", alla dispensazione in tutti gli altri esercizi commerciali dei medicinali di cui all'art. 8, comma 10, lettera C) della legge n. 537 del 24.12.1993, "fatte salve le prescrizioni di cui ai commi 1 e 2 del presente articolo".
Quest'ultima precisazione, richiamando il fatto che debbono essere spedite in farmacia le ricette del SSN, introduce nella norma un elemento di straordinaria ambiguità.
Si tratta di ciò: sembrerebbe quasi che la distinzione tra i farmaci che possono essere venduti esclusivamente in farmacia e quelli che, invece, possono essere distribuiti anche fuori di essa sia data non già dalla loro intrinseca natura, ma dal fatto che essi siano, di volta in volta, prescritti nell'ambito del SSN o meno.
Si tratta di un equivoco, perchè la distinzione in categorie operata dalla legge n. 537/93 si fonda innanzitutto sulla intrinseca natura dei medicinali, quelli di fascia A riguardati come quelli essenziali e per malattie croniche, quelli di fascia B riguardati come di rilevante interesse terapeutico e quelli di fascia C come gli altri privi delle caratteristiche proprie di quelli delle due prime fasce.
Deve perciò risultare chiaro che i farmaci delle tre fasce sono soggetti ad un diverso regime mutualistico perché sono intrinsecamente diversi tra di loro a seconda della fascia di appartenenza e non viceversa e che perciò mai gli stessi farmaci potranno essere ritenuti di fascia A o di fascia C a seconda che siano portati da una ricetta del SSN o meno e dunque che per loro non varrà l'esclusiva della vendita in farmacia o meno in base a questa contingenza.

5. Che fare? Non mi azzardo certo a dare suggerimenti rubando il mestiere degli altri.
Dico solo che è necessario dare a chi ci rappresenta in Parlamento il senso compiuto della delicatezza del problema e di una complessità che non si concilia con valutazioni superficiali e frettolose.

e le osservazioni del prof. Marino Mascheroni Si vis pacem para bellum

Ora basta! E' ciò che lo scrivente pensa dopo l'approvazione dell'emendamento approvato dall'Aula della Camera il 29 Maggio scorso, con il quale si prevede di deregolamentare, unico caso in Europa, la vendita dei farmaci con obbligo di ricetta. Non si può assistere ignavi ad un sopruso tanto evidentemente nocivo alla collettività quanto alla categoria dei farmacisti. Con un emendamento si vuole distruggere in un minuto un sistema che sempre ha funzionato e che sempre ha dato. Se ciò arriverà al traguardo previsto dall'allegra compagnia Bersani e company, ai farmacisti resterà la spedizione delle ricette con applicazione dello sconto, le prenotazioni del CUP, la copertura dei turni festivi e notturni che poco importano alla grande distribuzione, insomma "cornuti e mazziati" si direbbe. Non voglio immaginare i travasi biliari dei farmacisti del mezzogiorno d'Italia che potrebbero essere pugnalati da uno stato che li sta rimborsando a nonno morto.
E allora alle armi.
Il presidente di Utifar mi chiede di evidenziare in un breve scritto quelle che potrebbero essere le conseguenze economiche se cotale scellerato provvedimento passasse al Senato.
Lo scenario certamente di allegro ha ben poco. Potenzialmente alla farmacia potrà rimanere solo il fatturato mutualistico, finché non sarà allargata la convenzione anche ai protetti.
Tutto profuma di squallore e di prostrazione non alla collettività che certamente non ha ragione di dolersi dell'attuale corso, bensì alle grandi società di capitali.
Le conseguenze le immaginate tutti, è ben risaputo che la farmacia in Italia riesce ad offrire un servizio oculato e ben apprezzato perché nonostante i margini di guadagno modesti, rispetto ad altre realtà commerciali, riesce a ben sopravvivere, grazie a fatturati di certa consistenza assicurati dal sistema oligopolistico garantito dalla pianta organica. Il margine lordo di una farmacia oggi si aggira con variazione da realtà a realtà intorno ad un 30/31% a cui dobbiamo togliere l'incidenza dello sconto mutualistico che pesa per circa un 4%. L'utile netto ante imposte è normalmente pari ad un 10%. Cioè a dire una farmacia che ha un fatturato di 1.000.000 di euro realizza un utile ante imposte di circa 100.000 euro sul quale pesa un 'imposizione fiscale di circa il 40%. L'utile netto verosimilmente si avvicina al 6% del fatturato.
Se tale fatturato dovesse ridursi ulteriormente a cagione del provvedimento (- 20%) il fatturato della nostra farmacia scenderebbe a 800.000 euro e il margine ad un 24%, e di conseguenza l'utile netto scenderebbe ad un 6% che determinerebbe un utile al netto delle imposte del 3,6%.
Ma ciò che appare preoccupante è che con un emendamento il valore dell'azienda Farmacia subirà un notevole e drastico ridimensionamento. Ieri un collega stimatissimo e conosciuto, il Dr. Brunello, affermava che oggi la farmacia vale un 60% -70% in meno di quello che valeva ieri.
Non sarà più possibile valutare l'azienda moltiplicando il volume d'affari x1,8 o 2 volte o più.
Passasse l'emendamento, quanto varrebbe la nostra farmacia di 1.000.000 di euro con un utile netto del 4 o meno% ?
Divertiamoci, si fa per dire, ad effettuare una valutazione come in una normale impresa caratterizzata dalla libera e speculativa concorrenza.
Ipotizzando che la nostra farmacia realizzi dopo la sciagura un fatturato di 800.000 euro e un utile dopo le imposte del 4,5% pari a 36.000 euro netti. Quale potrà essere il valore di mercato di codesta impresa :
Parametri:
Rendimento medio titoli di stato 2,40%
Rischio di impresa (certamente più elevato rispetto al passato stante il rischio derivato dalla concorrenza in crescendo) 5%
Inflazione: 2%
Tasso di rendimento = 2,4 + 5 - 2= 5,4
Valore Farmacia 36.000 (utile)/ 0,054= 666.000 €. Contro un valore attuale di €. 2.000.000 (quindi meno della metà).
Non credano i futuri gestori di parafarmacie di poter godere di questa situazione perché ad un fatturato più modesto e con un'alta incidenza dei costi fissi il loro concreto realizzo non si allontanerà alla fine dal povero stipendio di un farmacista collaboratore, solo che costui potrà godere dei benefici propri del lavoro subordinato come malattie e ferie remunerate, trattamento di fine rapporto e permessi.
E allora?
La capillarità delle farmacie, che è sempre stato il vanto della categoria, deve per forza tramutarsi in uno strumento per attuare manifestazioni di massa che coinvolgano tutti i cittadini che hanno usufruito dei servizi di un sistema tra i più funzionanti nel nostro Stato e che nella stessa hanno sempre trovato non lo smercio (come capiterà) di una merce da bottega, ma anche la soluzione ai propri bisogni di salute.

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