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UNA RISPOSTA ALLA RESISTENZA BATTERICA
Secondo uno studio pubblicato su The Lancet, entro il 2050 l’antimicrobicoresistenza potrebbe uccidere oltre 39 milioni di persone nel mondo.
Più di cancro e diabete messi insieme.
E mentre il ritmo delle infezioni corre, la ricerca in questo settore, negli ultimi decenni è rimasta indietro. Basti pensare che dal 1987 – oltre quarant’anni fa – non è stato scoperto nessun antibiotico con un nuovo meccanismo d’azione.
Di fronte a un nemico che ha imparato a eludere ogni colpo, mutando nel tempo per non essere attaccato dagli antibiotici, è chiaro che la via non poteva essere quella di colpire più forte, magari aumentando le dosi o creando mix tra vecchi farmaci.
L’unica alternativa per uscire dall’impasse era quella di cambiare arma, trovare una nuova soluzione terapeutica. Per anni ci si è chiesti quale poteva essere questa nuova arma terapeutica. E intanto i batteri evolvono, si adattano, imparano a resistere. Tra tutti, ce n’è uno che fa più paura degli altri: Klebsiella pneumoniae. Non un nome da incubo fantascientifico, ma una presenza reale, ospedaliera, resistente ai carbapenemi, e sempre più letale per i pazienti fragili: anziani, neonati, immunocompromessi.
La sua versione più temuta, Klebsiella NDM (New Delhi metallo-beta-lattamasi), è al primo posto della lista nera dell’OMS come “priority pathogen”. Anche in Toscana ha causato infezioni endemiche, difficilissime da trattare, perché nessun antibiotico riusciva più a fermarla.
Dalla Toscana, una risposta diversa
Ed è proprio dalle corsie e dai laboratori dell’Università di Pisa e dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana che arriva una delle notizie più incoraggianti degli ultimi anni.
Pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature, la ricerca guidata da Marco Falcone, con il supporto delle infettivologhe Giusy Tiseo e Valentina Galfo, ha seguito un’intuizione semplice quanto potente: se alcuni pazienti riescono a guarire dall’infezione, il loro sistema immunitario deve aver trovato una chiave. In sostanza, in queste persone devono essere presenti gli anticorpi giusti, quelli che sconfiggono il batterio killer.
Analizzando campioni di sangue di pazienti guariti da Klebsiella NDM, i ricercatori hanno dunque isolato questi anticorpi naturali in grado di riconoscere e neutralizzare il batterio. Ma non si sono fermati lì. Grazie alla collaborazione con il team di Rino Rappuoli – immunologo di fama mondiale, oggi direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena – quegli anticorpi sono stati ingegnerizzati in laboratorio, potenziati, resi monoclonali.
Nei test condotti su modelli animali, l’anticorpo ha poi dimostrato un’azione battericida potente contro il clone ST147 della Klebsiella pneumoniae NDM, rivelandosi un vera e propria arma biologica di precisione, capace di colpire dove gli antibiotici non arrivano più.
Un cambio di paradigma
In realtà, l’utilizzo degli anticorpi monoclonali contro infezioni batteriche non è un’idea nuova. Ma finora ha vissuto ai margini, soffocata dai costi e dalla complessità, sebbene i vantaggi degli anticorpi monoclonali fossero già ben noti: altissima specificità, basso impatto sul microbiota, ridotto rischio di selezione di nuove resistenze.
I pregi di questi farmaci innovativi sono davvero tanti. Anzitutto, non agiscono per diffusione, ma per riconoscimento.
Gli anticorpi monoclonali selezionano, distinguono, mirano. Colpiscono solo il bersaglio - il patogeno responsabile - lasciando intatto il microbioma, rispettando i batteri buoni, evitando quel danno collaterale che gli antibiotici spesso non possono evitare.
È una rivoluzione di metodo: un approccio raffinato, che cambia il modo stesso in cui immaginiamo la terapia anti-infettiva.
In questo senso, l’anticorpo toscano rappresenta molto più di un’innovazione tecnica: è una prova che questa strategia può essere seguita con successo e che, attraverso essa, è possibile uscire dal tunnel dell’antibiotico resistenza, senza aspettare il prossimo antibiotico miracoloso che forse non arriverà mai.
Sebbene ci vorrà tempo per implementare nuove terapie antibatteriche monoclonali, per i farmacisti – e in particolare per chi lavora in contesto ospedaliero – la scoperta si rivela già da ora una questione profondamente professionale.
Se da un lato questa tipologia di anticorpi potrà presto diventare profilassi nei pazienti colonizzati e terapia d’urto nei casi gravi, la loro gestione si presenterà come una grande sfida sia logistica, sia economica.
La vera domanda da porci a breve potrebbe essere questa: siamo pronti a trattare questi farmaci non più come eccezioni da protocollo, ma come strumenti da inserire stabilmente nella nostra cassetta degli attrezzi terapeutici?
La questione resterà aperta per molto tempo ancora, ma la lotta ai batteri ha forse cambiato direzione in modo definitivo. Il team pisano non ha certo salvato il mondo, ma ha dimostrato che si può rispondere con intelligenza biologica là dove la chimica ha fallito. E lo ha fatto partendo da un’intuizione clinica, da un paziente guarito, da un anticorpo “naturale”.
Lo ha fatto lavorando tra ospedali, laboratori, e biotecnologie avanzate.
E lo ha fatto in Italia.




