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GERMANIA, LA RIFORMA CHE DIVIDE
La farmacia territoriale tedesca attraversa una fase complessa. Negli ultimi anni il numero delle farmacie è progressivamente diminuito, soprattutto nelle aree rurali e meno densamente popolate. L’aumento dei costi di gestione, la difficoltà nel reperire personale qualificato e la crescente pressione economica hanno alimentato un fenomeno che taluni, in Germania, descrivono addirittura come “Apothekensterben”, la morte delle farmacie.
È in questo contesto che il governo federale ha presentato una riforma destinata a ridisegnare alcuni aspetti dell’attività professionale e organizzativa delle farmacie.
Nelle intenzioni dell’esecutivo, l’obiettivo è duplice: rafforzare il contributo della farmacia al sistema sanitario e migliorare la sostenibilità economica di una rete considerata essenziale per l’assistenza territoriale.
Le proposte comprendono l’estensione delle vaccinazioni eseguibili in farmacia, l’ampliamento dei servizi professionali remunerati, nuovi test diagnostici rapidi, una maggiore autonomia nella gestione delle indisponibilità di medicinali e alcune misure per facilitare l’apertura e il mantenimento delle farmacie nelle aree meno servite.
Sulla carta, una riforma che sembra andare nella direzione auspicata da molti farmacisti europei e che sembra richiamare alcune delle più recenti conquiste anche della farmacia italiana: più competenze, più integrazione nel sistema sanitario e maggiore valorizzazione del ruolo professionale.
Eppure il dibattito che si è sviluppato in Germania racconta una realtà più complessa.
Le misure che trovano consenso
Una parte significativa della riforma viene generalmente accolta con favore dalla categoria.
Tra gli interventi più apprezzati vi è l’ampliamento delle attività vaccinali. Dopo l’esperienza maturata durante la pandemia e con le campagne antinfluenzali, il governo intende consentire alle farmacie di partecipare a un numero crescente di programmi vaccinali.
Anche l’espansione dei servizi professionali suscita interesse. La riforma prevede infatti un maggiore coinvolgimento della farmacia in attività di consulenza, monitoraggio e supporto ai pazienti affetti da patologie croniche. In particolare si guarda alla possibilità di ampliare i servizi rivolti ai pazienti diabetici e ad altre categorie che richiedono un monitoraggio costante.
Un ulteriore capitolo riguarda i test rapidi.
L’esperienza dei test Covid ha dimostrato la capacità delle farmacie di offrire prestazioni diagnostiche di prossimità. La riforma punta quindi a consentire l’esecuzione di ulteriori test per specifiche patologie infettive.
Positivo viene giudicato anche il tentativo di affrontare il problema delle carenze di medicinali. Le farmacie potrebbero infatti ottenere maggiore autonomia nella sostituzione di farmaci indisponibili con prodotti equivalenti, evitando passaggi burocratici che spesso rallentano l’accesso alle terapie.
Si tratta di misure che, nel loro insieme, rafforzano il ruolo sanitario della farmacia e ne riconoscono il valore professionale.
Fin qui la riforma sembra raccogliere molte delle richieste avanzate dalla professione negli ultimi anni. Più attività cliniche, maggiore partecipazione alla prevenzione, un coinvolgimento crescente nella gestione dei pazienti cronici e una valorizzazione delle competenze del farmacista delineano infatti un modello di farmacia sempre più integrata nel sistema sanitario.
Per questo motivo ci si potrebbe aspettare un’accoglienza sostanzialmente favorevole da parte della categoria.
È invece proprio a questo punto che il progetto governativo incontra le resistenze più forti.
Accanto alle misure che ampliano il ruolo professionale della farmacia, la riforma introduce infatti alcuni interventi organizzativi che una parte consistente dei farmacisti considera difficilmente conciliabili con quella stessa valorizzazione professionale che il provvedimento dichiara di perseguire.
È questa apparente contraddizione ad aver acceso il dibattito in Germania. Da un lato il legislatore riconosce alla farmacia nuove responsabilità sanitarie; dall’altro propone una serie di misure che, secondo molti rappresentanti della categoria, rischiano di attenuare proprio la centralità della figura del farmacista.
La farmacia senza il farmacista
Il provvedimento più contestato riguarda la possibilità che, in circostanze definite e per periodi limitati, una farmacia possa rimanere aperta anche in assenza del farmacista, purché sia presente una PTA (Pharmazeutisch-technische Assistentin), figura professionale tedesca assimilabile, per livello di preparazione tecnica, a un collaboratore qualificato di farmacia ma non laureato in farmacia. Dopo uno specifico percorso di formazione aggiuntivo, questi professionisti potrebbero assumere temporaneamente la responsabilità operativa della farmacia in assenza del farmacista.
Per il governo si tratta di una risposta pragmatica a un problema ormai evidente: la difficoltà di reperire farmacisti, soprattutto nelle aree rurali, rischia di compromettere la continuità del servizio. Una maggiore flessibilità organizzativa consentirebbe quindi di mantenere operative le farmacie anche nelle situazioni di maggiore criticità.
È proprio su questo punto, tuttavia, che si concentra la contestazione della categoria.
Il governo tedesco, di fatto, da un lato riconosce l’importanza del farmacista affidandogli nuove funzioni. Tuttavia, subito dopo sembra dire: “Però, quando il farmacista manca, la farmacia può continuare a funzionare anche senza di lui.”
Ed è in questa chiara contraddizione che sta il paradosso della riforma tedesca che molti farmacisti evidenziano. Sembra quasi che si valorizzi la farmacia, ma al tempo stesso si sottovaluti l’importanza della professione.
Le organizzazioni professionali tedesche hanno subito colto questa pericolosa contraddizione, sostenendo a gran voce che, se è vero che il farmacista rappresenta il principale valore aggiunto della farmacia territoriale, la risposta alla carenza di professionisti non dovrebbe consistere nel renderne più facile l’assenza, ma nel creare le condizioni affinché quella figura possa continuare a essere presente e sostenibile.
Ordini professionali, associazioni e numerosi rappresentanti della categoria hanno quindi contestato duramente questo aspetto della proposta, sostenendo che il problema della carenza di farmacisti non può certo essere affrontato riducendo il ruolo del farmacista stesso. In effetti la domanda alla quale il governo tedesco è chiamato a rispondere è piuttosto semplice: “Se il farmacista viene considerato una figura sanitaria sempre più importante, come può la sua presenza diventare temporaneamente non indispensabile?
Salvare le farmacie o salvare la professione?
Dietro questo acceso dibattito sulla presenza del farmacista si nasconde in realtà una questione ancora più profonda. La riforma, a ben vedere, nasce dall’esigenza di contrastare la chiusura delle farmacie. Ma qual è la causa di queste chiusure?
Per il governo, una parte della risposta risiede nella rigidità organizzativa del sistema.
Da qui la scelta di introdurre maggiore flessibilità, facilitare l’apertura di sedi secondarie e ampliare le possibilità di impiego del personale. Molti farmacisti, invece, ritengono che il problema principale sia un altro: la sostenibilità economica.
Secondo questa lettura, le farmacie chiudono perché i costi aumentano più rapidamente dei ricavi, perché il personale qualificato è sempre più difficile e costoso da reperire e perché la remunerazione riconosciuta alle farmacie non riflette adeguatamente le responsabilità professionali che esse assumono.
Da qui nasce una critica che ricorre frequentemente nel dibattito tedesco: la riforma affronta le conseguenze della crisi, ma non ne rimuove completamente le cause.
In altre parole, rende più facile gestire una farmacia in difficoltà, ma non necessariamente più conveniente mantenerla aperta.
Anche i medici contestano la riforma
Le resistenze alla riforma, come possiamo facilmente immaginare, non arrivano però soltanto dai farmacisti, ma anche da alcune importanti organizzazioni mediche hanno espresso forti perplessità sull’estensione delle competenze attribuite alle farmacie.
Vaccinazioni, test diagnostici e maggiore coinvolgimento nella gestione delle terapie vengono considerati da parte della rappresentanza medica come possibili sconfinamenti in attività tradizionalmente riservate ai medici.
Tutto questo non stupisce, visto che si tratta di una dinamica che accompagna da anni l’evoluzione della farmacia in numerosi Paesi europei.
Ogni ampliamento delle competenze professionali comporta inevitabilmente una ridefinizione degli equilibri tra le diverse professioni sanitarie. Anche per questo motivo la riforma tedesca viene osservata con attenzione ben oltre i confini nazionali.
Una questione di identità
A rendere interessante il caso tedesco non sono tanto le singole misure contenute nella riforma quanto il conflitto che esse hanno fatto emergere.
Nessuno sembra mettere in discussione la necessità di rafforzare la farmacia territoriale. Nessuno nega il problema delle chiusure o la necessità di trovare nuove forme di sostenibilità.
E pochi contestano l’opportunità di ampliare il contributo della farmacia alla prevenzione e alla gestione delle patologie croniche.
La vera domanda è un’altra.
Quanto può essere modificata l’organizzazione della farmacia senza alterarne la natura professionale?
È possibile aumentare la flessibilità del sistema mantenendo intatto il ruolo centrale del farmacista?
Oppure il rischio è che, nel tentativo di salvare la rete delle farmacie, si finisca per indebolire proprio quella componente professionale che ne costituisce il principale valore aggiunto?
La riforma tedesca non offre ancora una risposta definitiva.
Offre però qualcosa di altrettanto importante: uno spaccato estremamente attuale delle tensioni che attraversano oggi la farmacia europea.
Dietro la discussione su aperture, vaccinazioni, test e remunerazione si nasconde infatti una questione destinata ad accompagnare il futuro della professione: quale farmacia si vuole costruire per i prossimi decenni?




