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FITOTERAPIA: LE NUOVE EVIDENZE DALLA RICERCA

Una disciplina in evoluzione
29 giugno 2026
di Elena Bottazzi
Rif. rivista N4 | NUOVO COLLEGAMENTO 2026
FITOTERAPIA: LE NUOVE EVIDENZE DALLA RICERCA
Se l’intervista al professor Giancarlo Antonio Statti offre una riflessione sul percorso che porta dalle conoscenze tradizionali alla medicina basata sulle evidenze, i lavori presentati al XXXIV Congresso Nazionale della Società Italiana di Fitoterapia (SIFIT), svoltosi a Pisa dal 17 al 19 aprile, hanno mostrato come questo processo sia già ampiamente in corso. Dalla ricerca sui composti naturali attivi contro Helicobacter pylori alle nuove tecnologie per migliorare la biodisponibilità dei fitocomplessi, fino agli studi sulla sicurezza di prodotti ampiamente utilizzati e alle prospettive aperte nell’ambito dei disturbi neuropsichiatrici, il congresso ha offerto una fotografia di una disciplina in continua evoluzione.

Tra i contributi presentati dai giovani ricercatori, particolare interesse hanno suscitato i risultati di uno studio condotto dall’Università degli Studi di Milano in collaborazione con l’Università di Zurigo sugli ellagitannini, polifenoli ampiamente presenti nella dieta mediterranea e contenuti, tra gli altri, in melograno, fragole, lamponi e castagno. I ricercatori hanno evidenziato come questi composti mostrino attività antibatterica, antiadesiva e antinfiammatoria nei confronti di Helicobacter pylori, batterio coinvolto nello sviluppo di gastrite, ulcera peptica e altre patologie gastriche. In particolare, l’estratto di foglie di Castanea sativa e la castalagina hanno dimostrato di ridurre la risposta infiammatoria e ostacolare la colonizzazione batterica in modelli sperimentali. 
Sebbene siano necessari ulteriori studi clinici, i risultati suggeriscono un possibile impiego degli ellagitannini come supporto alle strategie di prevenzione o come coadiuvanti nei protocolli di eradicazione.
Sempre nell’ambito della valorizzazione di sostanze naturali già note, ricercatori dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli hanno presentato dati relativi all’associazione tra estratti di Acmella oleracea e Boswellia serrata nel trattamento della vestibolodinia, una condizione dolorosa cronica ancora poco riconosciuta e spesso sottodiagnosticata. Gli studi hanno evidenziato effetti favorevoli sui neuroni coinvolti nella trasmissione del dolore e modificazioni positive a livello della microglia, suggerendo nuove prospettive per il trattamento di questa patologia.

Tecnologie innovative per migliorare i fitocomplessi
Uno dei temi ricorrenti del congresso è stato il miglioramento della biodisponibilità dei principi attivi di origine vegetale, spesso limitata da caratteristiche chimico-fisiche che ne riducono l’assorbimento.
In questa direzione si colloca il lavoro presentato dall’Università degli Studi di Trieste sulla silimarina, il principale fitocomplesso estratto dal cardo mariano. Pur essendo ampiamente studiata per le sue proprietà epatoprotettive, antiossidanti e antinfiammatorie, la silimarina presenta una biodisponibilità orale relativamente bassa. I ricercatori hanno sviluppato una tecnologia priva di solventi che, attraverso la co-macinazione con beta-ciclodestrine, ha consentito di migliorarne la velocità di dissoluzione e l’attività biologica.
Analogo approccio è stato presentato da gruppi di ricerca delle Università di Cagliari e Messina, che hanno sviluppato formulazioni nanoparticellari a partire dalle foglie di Cynara cardunculus. Oltre a migliorare l’attività biologica dell’estratto, il progetto valorizza un sottoprodotto agroalimentare generalmente poco utilizzato, proponendo un modello coerente con i principi dell’economia circolare e della sostenibilità ambientale.

Sicurezza e farmacovigilanza: il caso Serenoa repens
Accanto alle prospettive terapeutiche, il congresso ha dedicato attenzione anche agli aspetti di sicurezza, tema sempre più rilevante per professionisti sanitari e pazienti. Particolarmente interessante è stato il contributo presentato dal Centro di Riferimento per la Fitoterapia della Toscana (Cerfit) dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze, guidato da Filippo Firenzuoli, relativo alla possibile esistenza di una “sindrome post-Serenoa”.
La Serenoa repens è largamente utilizzata nel trattamento dei disturbi legati all’ipertrofia prostatica benigna e trova impiego sia in preparazioni galeniche sia in integratori alimentari. 
L’analisi di dati provenienti da sistemi di farmacovigilanza e fitovigilanza internazionali ha evidenziato la presenza di eventi avversi prevalentemente a carico della sfera sessuale e neuropsichica. In alcuni casi tali sintomi sono risultati persistenti anche dopo la sospensione del trattamento.
Gli autori hanno ipotizzato un possibile parallelismo con la più nota sindrome post-finasteride, sottolineando tuttavia la necessità di ulteriori studi per chiarire i meccanismi biologici coinvolti e definire l’effettiva portata del fenomeno. Si tratta di un tema di particolare interesse per il farmacista, chiamato sempre più spesso a fornire informazioni equilibrate sia sui benefici sia sui possibili rischi associati ai prodotti di origine naturale.

L’asse intestino-cervello e le nuove frontiere della ricerca
Ampio spazio è stato dedicato anche alle relazioni tra fitoterapia, microbiota e salute mentale, uno degli ambiti più dinamici della ricerca contemporanea.
Ciro Amato ha presentato una relazione dedicata ad Alpinia galanga, pianta utilizzata nella tradizione fitoterapica europea e asiatica, illustrandone i possibili effetti nel miglioramento di alcuni sintomi depressivi. Le sostanze bioattive presenti nella pianta sembrano agire modulando processi infiammatori e segnali biologici coinvolti nell’asse intestino-cervello, oggi considerato uno dei principali sistemi di comunicazione tra apparato digerente e sistema nervoso centrale.
Sempre nell’ambito dei disturbi dell’umore, ricercatori dell’Università degli Studi di Firenze hanno presentato risultati preclinici relativi al cosiddetto “miele di canapa”, un prodotto contenente naturalmente fitocannabinoidi derivati dall’attività delle api. I dati preliminari suggeriscono possibili effetti favorevoli nella modulazione dell’ansia e del comportamento, con un profilo di sicurezza apparentemente favorevole nei modelli sperimentali.
Particolare attenzione ha infine suscitato l’intervento di Stefano Comai dell’Università degli Studi di Padova sulle applicazioni cliniche della psilocibina nei disturbi psichiatrici. I risultati finora disponibili indicano effetti promettenti soprattutto nei disturbi depressivi resistenti ai trattamenti convenzionali, all’interno di percorsi terapeutici rigorosamente controllati e svolti in ambiente clinico specializzato. 
Gli studi in corso stanno inoltre valutando l’utilizzo di dosaggi ridotti, con l’obiettivo di mantenere l’efficacia terapeutica limitando al minimo gli effetti indesiderati.

Una disciplina in evoluzione
Nel loro insieme, i lavori presentati al congresso hanno restituito l’immagine di una fitoterapia sempre più orientata verso la ricerca sperimentale, la validazione clinica e l’innovazione tecnologica. Dalle nuove formulazioni per migliorare la biodisponibilità dei fitocomplessi agli studi sulla sicurezza di prodotti largamente utilizzati, fino alle prospettive aperte dalla ricerca sul microbiota e sugli psichedelici, emerge con chiarezza la volontà di costruire un dialogo sempre più stretto tra tradizione e metodo scientifico.
Un percorso che conferma quanto emerso anche dalle riflessioni degli esperti intervenuti al congresso: il futuro della fitoterapia non passa attraverso l’abbandono delle conoscenze tradizionali, ma attraverso la loro verifica, interpretazione e integrazione all’interno della medicina basata sulle evidenze.

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