Logo di Utifar

Utifar

ETNOBOTANICA E FITOTERAPIA: DALLA TRADIZIONE ALLE PROVE

Intervista a Giancarlo Antonio Statti, Professore Ordinario di Biologia farmaceutica
ETNOBOTANICA E FITOTERAPIA: DALLA TRADIZIONE ALLE PROVE
Tra sapere tradizionale, ricerca scientifica e crescente domanda di prodotti naturali, la fitoterapia vive una fase di trasformazione. Ma come si passa dall’uso empirico delle piante medicinali alla validazione scientifica? E quale ruolo può avere il farmacista nell’orientare il paziente?

Negli ultimi anni l’interesse verso fitoterapia, botanicals e prodotti di origine vegetale è cresciuto in modo evidente. In farmacia aumentano le richieste di soluzioni “naturali”, spesso accompagnate da aspettative elevate o da informazioni reperite online non sempre corrette. 
Ma naturale non significa automaticamente efficace, né privo di rischi o interazioni.  
Per il farmacista diventa quindi essenziale distinguere tra tradizione d’uso ed evidenze scientifiche, comprendere qualità degli estratti, appropriatezza e sicurezza. In questo scenario assume un ruolo centrale una disciplina meno nota ma strategica: l’etnobotanica, cioè lo studio del rapporto tra uomo e piante nel tempo e nelle diverse culture. 
Una conoscenza che, quando validata scientificamente, può trasformarsi in innovazione terapeutica.  
Abbiamo affrontato questi temi a margine del recente Congresso Nazionale della Società Italiana di Fitoterapia, uno dei principali momenti di confronto tra ricerca, clinica e professioni sanitarie dedicato alla disciplina, parlandone con Giancarlo Antonio Statti, intervenuto al congresso con una relazione dedicata al tema. 
 
Professor Statti, perché oggi il farmacista dovrebbe conoscere l’etnobotanica?
«L’etnobotanica rappresenta una chiave di lettura fondamentale per comprendere l’origine stessa di molte conoscenze fitoterapiche. Studia infatti il modo in cui le comunità umane hanno utilizzato nel tempo le piante per finalità terapeutiche, alimentari, rituali e culturali.
Per il farmacista significa acquisire maggiore consapevolezza sul razionale d’uso di molte specie vegetali e comprendere meglio il percorso che porta da un sapere empirico alla validazione scientifica. Oggi non basta conoscere il prodotto: occorre saperne interpretare la qualità, contestualizzarne l’impiego e guidare il paziente verso un utilizzo corretto e realistico, soprattutto in un ambito in cui la domanda cresce rapidamente e la disinformazione è frequente»

Quando si parla di etnobotanica si rischia di pensare a rimedi popolari o tradizioni locali. 
In realtà, di cosa si occupa questa disciplina e perché è così attuale?
«L’etnobotanica è una disciplina altamente interdisciplinare, che integra botanica, farmacologia, chimica dei prodotti naturali, antropologia e storia della medicina. Ridurla a una raccolta di rimedi tradizionali sarebbe un errore.
Il suo valore oggi è duplice. Da un lato rappresenta una straordinaria banca dati di osservazioni empiriche accumulate nei secoli, capace di orientare la ricerca verso nuove molecole bioattive o nuovi modelli di utilizzo. Dall’altro contribuisce alla tutela della biodiversità e delle conoscenze locali, evitando che un patrimonio culturale e scientifico venga disperso.
In territori ricchi di biodiversità questo aspetto assume un significato ancora maggiore, perché può trasformare una risorsa naturale in opportunità di ricerca, salute e sviluppo».

Lei descrive spesso l’etnobotanica come un punto di partenza e la fitoterapia come un punto di arrivo. Come avviene il passaggio dalla tradizione alla prova scientifica?
«L’etnobotanica suggerisce intuizioni, la fitoterapia costruisce prove. Le indicazioni tradizionali non vengono accettate automaticamente: devono essere validate.
Questo significa studiare il fitocomplesso, identificare i metaboliti attivi, comprenderne i meccanismi d’azione, valutarne biodisponibilità ed efficacia attraverso studi preclinici e clinici. Significa anche standardizzare gli estratti, garantendo qualità, sicurezza e riproducibilità.
La vera sfida della fitoterapia moderna è proprio questa: evolvere sempre più come disciplina basata sull’evidenza, capace di mantenere il valore della tradizione sottoponendolo al rigore del metodo scientifico».

Sempre più persone chiedono in farmacia prodotti vegetali o “naturali”. Quali competenze servono oggi al farmacista per orientare davvero il paziente?
«Il farmacista è probabilmente la figura professionale più importante in questo passaggio, perché rappresenta il punto di incontro tra ricerca e cittadino.
Servono competenze che vadano oltre la semplice conoscenza commerciale del prodotto: comprendere il fitocomplesso, interpretare la qualità degli estratti, conoscere possibili interazioni con farmaci convenzionali e distinguere ciò che è supportato da evidenze da ciò che si basa soltanto sulla percezione o sul marketing.
Il farmacista svolge anche un ruolo educativo cruciale: aiutare il paziente a capire che naturale non significa automaticamente innocuo o universalmente efficace, ma che ogni prodotto deve essere utilizzato in modo appropriato e personalizzato».

In un ambito in continua evoluzione, quale valore ha oggi un congresso nazionale di fitoterapia?
«Ha un valore scientifico, professionale e culturale. 
La fitoterapia vive dell’integrazione tra competenze diverse: ricerca accademica, clinica, industria e professioni sanitarie.
Un congresso rappresenta il luogo in cui si condividono risultati, si discutono nuove tecnologie — dalla metabolomica alle tecniche avanzate di estrazione fino alle strategie per migliorare la biodisponibilità — e si valutano criticamente le evidenze disponibili.
Ma è anche un momento identitario: serve a ribadire che la fitoterapia moderna deve progressivamente distaccarsi da approcci empirici non validati per affermarsi come disciplina rigorosa e credibile».

Che responsabilità hanno oggi Università e ricerca nel rendere la fitoterapia sempre più rigorosa e basata sull’evidenza?
«L’Università ha un ruolo centrale, perché è il luogo in cui il sapere tradizionale viene reinterpretato e trasformato in conoscenza scientifica. Da una parte c’è la ricerca, che utilizza strumenti sempre più sofisticati — dalla chimica analitica alla biologia molecolare — per studiare piante officinali e metaboliti. Dall’altra c’è la formazione di professionisti competenti, capaci di affrontare un settore complesso e in rapida evoluzione.
Oggi però all’Università è richiesto anche un compito più ampio: collaborare con il territorio, valorizzare biodiversità e filiere sostenibili, costruire ponti tra ricerca, impresa e professioni sanitarie affinché la conoscenza produca un impatto concreto».

Se dovesse indicare la principale sfida della fitoterapia nei prossimi anni, quale sarebbe?
«La sfida sarà costruire un equilibrio sempre più solido tra patrimonio tradizionale e rigore scientifico. L’esperienza storica non deve andare perduta, ma deve essere validata, standardizzata e verificata.
Solo così la fitoterapia potrà consolidarsi come disciplina credibile e realmente integrata nella medicina contemporanea, offrendo ai professionisti sanitari strumenti più affidabili e ai pazienti risposte sempre più appropriate».

Il Prof. Giancarlo Antonio Statti

Cyd luglio 26
gamma gennaio 26
MEDYBOX MAGGIO 2025
Registrati alla nostra Newsletter
Iscriviti alla nostra mailing list per ricevere le ultime novità e aggiornamenti dal nostro team.

Quanto sono chiare le informazioni su questa pagina?

Valuta da 1 a 5 stelle la pagina

Grazie, il tuo parere ci aiuterà a migliorare il servizio!

Quali sono stati gli aspetti che hai preferito?1/2

Dove hai incontrato le maggiori difficoltà?1/2

Vuoi aggiungere altri dettagli?2/2

Inserire massimo 200 caratteri