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ALIMENTAZIONE SANA O PERICOLOSE BUGIE?

Intervista a Matteo Micucci, professore di chimica degli alimenti
ALIMENTAZIONE SANA O PERICOLOSE BUGIE?
Oggi il cibo non è solo nutrizione, ma anche comunicazione, emozione e percezione del rischio. Con il Professor Matteo Micucci approfondiamo il fenomeno delle fake news alimentari e il ruolo dei professionisti della salute nel guidare i cittadini verso scelte più consapevoli.

Professor Micucci, prima di iniziare a parlare del libro vorrei porle una domanda fondamentale: come definirebbe, oggi, il cibo?
Il cibo, oggi, non è più soltanto nutrizione: è identità, appartenenza, paura, desiderio di controllo, talvolta persino una forma di rassicurazione morale. Non mangiamo solo alimenti; ingeriamo racconti, simboli, promesse. C’è il cibo che “fa bene”, quello che “fa male”, quello che “depura”, quello che “infiamma”, quello che sembra promettere salvezza. Il punto decisivo è distinguere quando queste narrazioni poggiano su dati, metodo e proporzione, e quando invece sono soltanto bugie ben confezionate, servite con l’”abito seducente” della verità.

Il suo libro parte proprio da una domanda provocatoria: perché mangiamo frottole?
Sì, perché molte persone aderiscono alle bugie alimentari non per disorientamento culturale, ma per bisogno di certezze. In un mondo complesso, una risposta semplice rassicura più di una spiegazione scientifica corretta ma inevitabilmente sfumata. Una frase netta, anche se sbagliata, rassicura più di una spiegazione scientifica corretta ma sfumata. Dire “questo alimento è veleno” oppure “questo alimento è miracoloso” funziona perché elimina il dubbio. La scienza, invece, vive di contesto, quantità, condizioni e limiti.

Dalla tradizione ai social: chi stabilisce, oggi, cosa è sano?
Un tempo molte convinzioni alimentari passavano attraverso la famiglia, la tradizione, il consiglio della nonna. Oggi passano anche dai social, dagli influencer, dai video brevi, dalle frasi ad effetto. Il problema non è la nonna e non è nemmeno il social in sé. Il problema nasce quando un’opinione, una moda o un’esperienza personale vengono presentate come verità universali.

Quindi la tradizione non va buttata via?
Assolutamente no. La tradizione è un patrimonio culturale enorme. Però non può sostituire il metodo scientifico. Una cosa può essere antica e intelligente, ma può anche essere antica e sbagliata. Allo stesso modo, una cosa può essere moderna e utile, oppure moderna e completamente infondata. Il criterio non deve essere “vecchio” o “nuovo”, ma “dimostrato”, “plausibile”, “contestualizzato”.

Perché alcuni messaggi sensazionalistici, anche se falsi, funzionano così tanto?
Perché parlano alla paura. La psicologia della paura è centrale. Se io ti dico che un alimento comune è pericoloso, catturo subito la tua attenzione. Se poi ti dico che esiste una soluzione semplice, un prodotto, una dieta, una regola magica, ti offro anche una via di fuga. È una dinamica molto efficace: prima creo l’allarme, poi offro la salvezza
.
La paura è quindi il vero ingrediente segreto delle fake news alimentari?
Spesso sì. La paura rende memorabile un messaggio. Una notizia equilibrata richiede attenzione; una notizia allarmistica invece si imprime subito. “Questo alimento ti sta uccidendo” viaggia più velocemente di “questo alimento va valutato nel quadro complessivo della dieta”. Il problema è che ciò che viaggia più velocemente non è necessariamente ciò che è più vero.

Lei parla anche di “finta scienza a tavola”. Come si riconosce?
La finta scienza usa parole scientifiche, ma non ragiona scientificamente. Spesso non inventa concetti dal nulla: prende concetti reali, come pH, infiammazione, metabolismo, immunità, tossine o detossificazione, e li decontestualizza fino a svuotarli di significato. Il pH, per esempio, è un parametro chimico reale e fondamentale; ma quando viene usato per far credere che una bevanda o un alimento possano “alcalinizzare” genericamente l’organismo, diventa uno slogan che esprime una convinzione sbagliata, non più un concetto scientifico. La scienza lavora con misure, organi, compartimenti biologici, dosi, condizioni e limiti; la finta scienza prende una parola vera e la trasforma in una promessa vaga. È come indossare un “camice linguistico”: sembra scienza, ma sotto può esserci solo marketing.

Qual è un campanello d’allarme?
Quando tutto è troppo semplice. Quando un singolo alimento viene accusato di tutti i mali o presentato come soluzione per tutto. Quando non esistono sfumature. Quando si passa da una parola suggestiva a una promessa enorme. La scienza non funziona così: non urla, non semplifica brutalmente, non promette miracoli.

Nel libro compare anche “la dieta dell’unicorno”. Che cosa rappresenta?
Rappresenta il culto delle soluzioni impossibili. La dieta dell’unicorno è l’immagine ironica di tutte quelle proposte alimentari che sembrano uscite da una fiaba: cibi miracolosi, soluzioni facili a problemi complessi. Sono narrazioni seducenti, ma spesso fragili.

E i superfood? Esistono davvero o sono solo una parola da marketing?
Il termine “superfood” compare anche in diversi articoli scientifici, ma non indica una categoria precisa e riconosciuta. Di solito viene usato per parlare di alimenti ricchi di nutrienti o di composti bioattivi. Il punto, quindi, non è dire che questi alimenti non abbiano valore: alcuni possono avere caratteristiche nutrizionali molto interessanti. Il problema nasce quando li trasformiamo in oggetti quasi magici. Nessun alimento, da solo, può salvare una dieta sbagliata, annullare uno stile di vita scorretto o sostituire un approccio complessivo alla salute. “Superfood” può essere una parola utile se resta descrittiva e contestualizzata; diventa pericolosa quando diventa mitologica.

Dal superfood all’antifood: perché oggi un alimento può essere prima venerato e poi demonizzato?
Perché a volte, la comunicazione alimentare vive di estremi. O un alimento è l’universale viatico della salute, oppure il male assoluto. Prendiamo il caso delle farine, dello zucchero, delle categorie alimentari che periodicamente vengono diffamate. Il problema non è discutere criticamente un alimento; il problema è trasformarlo in un capro espiatorio. In nutrizione raramente il colpevole è un solo ingrediente: contano quantità, frequenza, stile di vita, contesto metabolico e qualità generale della dieta.

Come può difendersi il cittadino da tutto questo rumore?
Con poche domande semplici. Chi lo dice? Su quali dati? In quale contesto? Vale per tutti o solo per alcune persone? C’è una promessa troppo grande? C’è una paura costruita? Queste domande aiutano a non essere passivi davanti alla comunicazione alimentare.

Quale ruolo può avere il farmacista in questa educazione?
Un ruolo molto importante. Il farmacista è molto vicino ai cittadini. Intercetta dubbi, paure e richieste relative a prodotti “senza”, regimi dietetici, alimenti funzionali, promesse salutistiche etc. In questo contesto può svolgere una funzione di orientamento scientifico: aiutare la persona a distinguere tra bisogno reale, percezione del rischio, messaggio ed eventuale evidenza disponibile. Il suo compito non è banalizzare né allarmare, ma tradurre la complessità in un consiglio responsabile, proporzionato e coerente con i dati scientifici.

Quindi il farmacista può aiutare a difendersi dalle fake news alimentari?
Sì. Spesso una comunicazione ben calibrata può correggere più efficacemente di una contrapposizione frontale. Chi aderisce a una falsa convinzione alimentare non va messo in difficoltà, ma accompagnato con rispetto verso una lettura più fondata. Il punto non è imporre una verità dall’alto, ma costruire fiducia, chiarire i limiti di certe affermazioni e mostrare, con equilibrio, perché alcune promesse non sono coerenti con i dati scientifici. La vera autorevolezza nasce dalla capacità di orientare con competenza, misura e responsabilità.

C’è una frase che riassume lo spirito del libro?
Direi questa: mangiare bene non significa avere paura del cibo, ma smettere di credere a tutto ciò che viene servito come verità, senza supporto scientifico.

In conclusione, che cosa vorrebbe lasciare ai lettori di Nuovo Collegamento?
Vorrei lasciare un invito al dialogo. Oggi parlare di alimentazione significa entrare in un territorio dove si incontrano salute, cultura, emozioni e comunicazione. Proprio per questo servono professionisti capaci di distinguere il dato dalla suggestione. Il cittadino non ha bisogno di nuove paure: ha bisogno di strumenti per capire.

 

Il prof. Matteo Micucci è professore di chimica degli alimenti al Dipartimento di Scienze Biomolecolari, Università diegli Studi di Urbino Carlo Bo

 

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