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26 agosto 2026
di RICCARDO MUSCATELLO
OMEGA 3
EPA e DHA sono tra i nutrienti più studiati per il supporto della salute cardiovascolare, della funzione cerebrale e della risposta infiammatoria. La loro struttura chimica, però, li rende particolarmente sensibili all’ossidazione. Da qui nasce una domanda sempre più frequente: un olio di pesce ossidato rappresenta soltanto un prodotto di qualità inferiore oppure può costituire anche un rischio per la salute? Distinguere tra freschezza, sicurezza ed efficacia è essenziale per interpretare correttamente gli indici di ossidazione e formulare un consiglio consapevole in farmacia.

Quando si parla di omega-3, l’attenzione si concentra quasi sempre sulla quantità. 
Le indicazioni possono variare in relazione agli obiettivi e al profilo individuale. In alcuni documenti scientifici si fa riferimento a un apporto nell’ordine di 250-500 mg al giorno di EPA e DHA, mentre sul piano alimentare viene generalmente incoraggiato il consumo regolare di pesce [1].
Esiste però un secondo livello, spesso sottovalutato: la qualità dell’olio che fornisce questi acidi grassi. Dichiarare una determinata quantità di EPA e DHA in etichetta non significa necessariamente garantire che tale quantità sia ancora integra al momento del consumo.
Gli omega-3 sono molecole biologicamente preziose, ma chimicamente fragili. 
Comprendere questa caratteristica permette di affrontare il tema dell’olio di pesce ossidato evitando sia allarmismi sia una sottovalutazione dei problemi qualitativi presenti sul mercato.

EPA e DHA: efficaci proprio perché “fragili”
L’acido eicosapentaenoico, EPA, e l’acido docosaesaenoico, DHA, sono acidi grassi polinsaturi a catena lunga. 
La presenza di numerosi doppi legami conferisce loro una particolare flessibilità, fondamentale per l’organizzazione delle membrane cellulari e per diverse funzioni biologiche.
Il DHA rappresenta, per esempio, un componente strutturale rilevante delle membrane neuronali e retiniche. EPA e DHA partecipano inoltre alla formazione di mediatori lipidici coinvolti nella regolazione della risposta infiammatoria e nel mantenimento dell’omeostasi dell’organismo.
Gli stessi doppi legami che ne determinano il valore biologico costituiscono anche punti di vulnerabilità. 
A contatto con ossigeno, luce, calore o metalli pro-ossidanti, gli acidi grassi polinsaturi possono andare incontro a un processo progressivo di degradazione [2].
La stabilità non dipende soltanto dalla data di scadenza. Entrano in gioco la qualità iniziale della materia prima, i processi di raffinazione, la presenza di antiossidanti, il confezionamento, il trasporto, la temperatura di conservazione e il tempo trascorso dall’apertura.
Per questo motivo la qualità degli omega-3 non può essere valutata esclusivamente attraverso la concentrazione dichiarata in etichetta.

Che cosa accade quando un olio si ossida
L’ossidazione non è un evento improvviso, ma un processo composto da diverse fasi.
Inizialmente si formano gli idroperossidi, definiti prodotti primari dell’ossidazione. 
Sono sostanze instabili e generalmente prive di un odore facilmente riconoscibile. Un olio può quindi trovarsi in una fase iniziale di degradazione senza presentare ancora il caratteristico sapore rancido.
Con il procedere del processo ossidativo, gli idroperossidi si decompongono dando origine a composti secondari, tra cui aldeidi e altri derivati carbonilici. Sono soprattutto queste molecole a produrre gli odori e i sapori sgradevoli associati all’olio deteriorato.
Il termine “rancido” descrive dunque una fase percepibile sensorialmente, ma non coincide con l’inizio dell’ossidazione. 
Quando odore e sapore risultano chiaramente alterati, una parte del processo degradativo si è già verificata.
L’analisi sensoriale può quindi essere utile, ma non sufficiente. Un prodotto aromatizzato, inoltre, può mascherare le caratteristiche organolettiche dell’olio e rendere più difficile riconoscere eventuali alterazioni.

PV, AV e TOTOX: tre parametri da conoscere
Per valutare lo stato ossidativo degli oli, i laboratori utilizzano principalmente tre indicatori [3].
Il valore di perossido, o PV, misura la concentrazione dei prodotti primari dell’ossidazione. Un valore elevato suggerisce che l’olio si trovi in una fase di ossidazione attiva o relativamente recente.
Il valore di anisidina, o AV, valuta prevalentemente alcuni prodotti secondari, in particolare le aldeidi. Un valore elevato può indicare che l’olio sia stato sottoposto per un periodo più lungo a condizioni ossidanti o che abbia già attraversato una fase importante di degradazione primaria.
Questo test presenta alcuni limiti. 
Si tratta di una misurazione colorimetrica non completamente specifica: aromi e altre sostanze aggiunte alla formulazione possono interferire con il risultato, determinando in alcuni prodotti una possibile sovrastima.
Il TOTOX, acronimo di Total Oxidation Value, combina i due parametri attraverso la formula:
TOTOX = 2 × PV + AV.
Il valore integra in un unico numero sia l’ossidazione primaria sia quella secondaria e offre una lettura più ampia della storia ossidativa dell’olio, pur non rappresentando una misura perfetta per ogni formulazione.
Nei principali standard internazionali di settore, per un olio raffinato di buona qualità vengono comunemente indicati un valore di perossido inferiore a 5 mEq/kg e un TOTOX non superiore a 26.
Una soglia di qualità non è una soglia di tossicità
È proprio sull’interpretazione del valore TOTOX che nasce una parte significativa della confusione.
Superare il limite indicato dagli standard internazionali significa che il prodotto non soddisfa un determinato requisito di freschezza e stabilità. 
Non significa automaticamente che il suo consumo provochi un danno clinico o che sia stata superata una soglia tossicologica validata nell’uomo. PV, AV e TOTOX sono strumenti utilizzati per il controllo qualitativo e il confronto tra lotti, non biomarcatori diretti di danno biologico. L’EFSA ha evidenziato che le evidenze disponibili non consentono di stabilire un collegamento diretto tra i valori di perossidi o anisidina negli oli di pesce e specifici effetti negativi sulla salute umana [3]. Di conseguenza, i limiti di ossidazione non possono essere interpretati come vere e proprie soglie di sicurezza sanitaria. 
Ciò non rende l’ossidazione irrilevante: un valore elevato segnala comunque una qualità inferiore, una minore freschezza e una possibile perdita del contenuto effettivo di EPA e DHA. È quindi necessario distinguere tra mancato rispetto di uno standard qualitativo e dimostrazione di un rischio clinico, due aspetti correlati ma non equivalenti.

La distanza tra standard e mercato reale
Le indagini condotte su integratori acquistati direttamente nei punti vendita hanno mostrato una notevole variabilità nella qualità ossidativa.
Alcuni studi indipendenti hanno rilevato percentuali elevate di prodotti che superavano almeno uno dei limiti internazionali raccomandati per perossidi, anisidina o TOTOX. 
Le percentuali riportate cambiano in base al Paese, al campione analizzato, alla metodologia impiegata, alla presenza di aromi e ai criteri utilizzati per definire la conformità [4].
Il dato più rilevante non è quindi stabilire una percentuale unica di prodotti “ossidati”, ma riconoscere l’esistenza di una distanza tra gli standard volontari adottati dal settore e ciò che può essere effettivamente presente sugli scaffali.
Due prodotti che riportano in etichetta la stessa quantità di EPA e DHA possono differire per qualità della materia prima, protezione dall’ossigeno, contenuto effettivo al termine della shelf life e stato di ossidazione.

Che cosa sappiamo degli effetti nell’uomo
La presenza di composti di ossidazione ha generato il timore che l’integrazione possa aumentare lo stress ossidativo sistemico o favorire processi infiammatori.
I dati preclinici, soprattutto quelli ottenuti in modelli animali o in condizioni caratterizzate da elevato stress fisiologico, hanno alimentato questa preoccupazione [5]. Il trasferimento diretto di tali risultati all’essere umano richiede però prudenza. Una delle sperimentazioni cliniche[6] più citate ha valutato in adulti sani l’assunzione quotidiana, per sette settimane, di 8 grammi di olio di pesce fortemente ossidato. Il valore di perossido del prodotto era sensibilmente superiore ai parametri qualitativi raccomandati dal settore. Nello studio non sono state rilevate variazioni significative in diversi indicatori di stress ossidativo, infiammazione e difesa antiossidante endogena. Non sono emerse modificazioni rilevanti dell’8-iso-PGF2α urinaria, della proteina C-reattiva, dell’interleuchina-6, delle LDL ossidate, del glutatione o dei principali enzimi antiossidanti analizzati.
I risultati sono rassicuranti, ma devono essere interpretati entro i loro limiti: la popolazione era composta da soggetti sani, la durata era relativamente breve e non sono state esaminate tutte le possibili condizioni di vulnerabilità. Non è quindi corretto concludere che qualsiasi olio ossidato sia innocuo in ogni dose e popolazione. È altrettanto scorretto affermare che il superamento di un limite qualitativo determini automaticamente un danno nell’uomo.

Il problema più concreto potrebbe essere l’efficacia
Il dibattito si concentra spesso sulla possibile tossicità dei composti ossidati, mentre un problema più immediato riguarda la perdita degli acidi grassi attivi. Durante l’ossidazione, EPA e DHA vengono progressivamente consumati e trasformati. La quantità realmente disponibile può quindi risultare inferiore a quella attesa. Un integratore degradato rischia di fornire una dose sub-terapeutica, soprattutto quando viene utilizzato per un obiettivo clinico preciso. Il consumatore può assumere regolarmente il prodotto e ricevere comunque una quantità effettiva di EPA e DHA inferiore a quella riportata in etichetta o utilizzata negli studi di riferimento. La questione assume rilievo anche nella ricerca. Utilizzare in una sperimentazione un olio non adeguatamente caratterizzato può contribuire a produrre risultati falsamente negativi: l’inefficacia osservata potrebbe dipendere non dall’assenza di attività degli omega-3, ma dalla qualità insufficiente o dalla dose effettiva inadeguata del prodotto.
La stabilità ossidativa è quindi parte integrante dell’efficacia, non un semplice dettaglio tecnico. La stabilità ossidativa è quindi parte integrante dell’efficacia, non un semplice dettaglio tecnico.
Come viene protetto l’olio
I produttori possono utilizzare differenti strategie per limitare il deterioramento. Il processo di raffinazione consente di rimuovere impurità, contaminanti e composti in grado di accelerare l’ossidazione, contribuendo alla qualità iniziale della materia prima.
L’aggiunta di antiossidanti, come tocoferoli, aiuta a rallentare le reazioni ossidative. La loro presenza non rende l’olio indefinitamente stabile, ma può aumentarne la protezione durante la conservazione.
L’incapsulamento in softgel riduce il contatto diretto con ossigeno e luce rispetto a un flacone aperto ripetutamente. Alcune evidenze suggeriscono una maggiore protezione delle formulazioni incapsulate rispetto agli oli liquidi, anche se la capsula, da sola, non garantisce la qualità complessiva.Sono importanti anche il materiale del contenitore, l’eventuale utilizzo di atmosfera inerte, la temperatura durante il trasporto e la corretta conservazione dopo l’apertura. La stabilità deve quindi essere tutelata lungo l’intera catena, dalla materia prima fino alla casa del consumatore.

Il consiglio in farmacia: una selezione pratica
Per orientare il consumatore non è sufficiente fermarsi alla dicitura “olio di pesce” o alla quantità totale di olio per capsula. Alcuni elementi possono rendere la scelta più consapevole:
• valutare i milligrammi effettivi di EPA e DHA, non soltanto il peso complessivo dell’olio;
• preferire aziende che rendano disponibili certificati di analisi, con dati su contenuto, contaminanti e parametri ossidativi; 
• verificare l’adesione a standard internazionali riconosciuti, come quelli indicati da FAO e GOED; 
• privilegiare, quando disponibile, la presenza di controlli indipendenti, come il programma IFOS - International Fish Oil Standards, che valuta parametri quali contenuto di EPA e DHA, ossidazione e presenza di contaminanti; 
• considerare formulazione e confezionamento: softgel integre, contenitori ben chiusi e antiossidanti possono migliorare la protezione; 
• prestare particolare attenzione agli oli liquidi dopo l’apertura, rispettando le indicazioni di conservazione; 
• non utilizzare prodotti con odore o sapore nettamente alterati; 
• interpretare con cautela gli oli fortemente aromatizzati, che possono mascherare l’alterazione sensoriale e interferire con alcuni metodi analitici; 
• evitare scorte eccessive, soprattutto quando il prodotto rischia di essere conservato per mesi in ambienti caldi o esposti alla luce. 

Un’attenzione maggiore nei soggetti vulnerabili
Nelle persone sane, le evidenze cliniche disponibili non dimostrano un danno sistemico certo derivante dall’assunzione a breve termine di oli ossidati. Rimangono però aree nelle quali è opportuno adottare un approccio prudenziale.
Gravidanza, età pediatrica, condizioni infiammatorie importanti, patologie associate a elevato stress ossidativo e utilizzo di dosaggi elevati richiedono una particolare attenzione alla qualità. In questi contesti è ragionevole privilegiare prodotti con filiera trasparente, parametri di ossidazione documentati e contenuto verificato. La prudenza non deriva dalla dimostrazione che un determinato valore TOTOX provochi necessariamente un danno, ma dalla limitatezza dei dati disponibili nelle popolazioni più vulnerabili.

Conclusioni
Gli omega-3 rappresentano un esempio chiaro di come la qualità di un integratore non possa essere descritta soltanto dalla dose riportata in etichetta. EPA e DHA sono molecole biologicamente attive proprio grazie alla loro struttura polinsatura, ma questa stessa struttura le espone all’ossidazione. PV, AV e TOTOX sono strumenti importanti per controllare freschezza e stabilità, ma non devono essere trasformati impropriamente in soglie cliniche di tossicità. Le evidenze nell’uomo non consentono di affermare che il semplice superamento dei limiti qualitativi provochi un aumento dello stress ossidativo o dell’infiammazione nei soggetti sani. Al tempo stesso, un olio degradato rimane un prodotto non desiderabile: può contenere meno EPA e DHA integri, perdere efficacia e non rispettare la dose dichiarata. Per il farmacista, il messaggio da trasferire è quindi equilibrato: nessun allarmismo, ma neppure superficialità. La scelta dovrebbe premiare trasparenza della filiera, certificati di analisi accessibili, formulazioni protette e corretta conservazione. Nel caso degli omega-3, non conta soltanto quanto se ne assume. Conta anche in quali condizioni quella dose arriva realmente all’organismo.

Bibliografia
[1] «Omega-3 Fatty Acids,» National Insitutes of Health, [Online]. Available: https://ods.od.nih.gov/factsheets/Omega3FattyAcids-HealthProfessional/.
[2] «Fish oil oxidation: Experts debate the science and health impacts,» 2025. [Online]. Available: https://www.nutraingredients.com/Article/2025/12/19/fish-oil-oxidation-what-are-the-risks-standards-and-how-to-stay-compliant/.
[3] «Scientific Opinion on Fish Oil for Human Consumption.Food Hygiene, including Rancidity,» EFSA Panel on Biological Hazard, 2010. 
[4] J. M. Hands, M. L. Anderson, T. Cooperman e L. A. Frame, «A Multi-Year Rancidity Analysis of 72 Marine and Microalgal Oil Omega-3 Supplements,» 2024. 
[5] B. B. Albert, M. H. Vickers, C. Gray, C. M. Reynolds, S. A. Segovia, J. G. B. Derraik, P. A. Lewandowski, M. L. Garg, D. Cameron-Smith, P. L. Hofman e W. S. Cutfield, «Oxidized fish oil in rat pregnancy causes high newborn mortality and increases maternal insulin resistance,» 2016. 
[6] I. Ottestad, G. Vogt, K. Retterstøl, M. C. Myhrstad, J.-E. Haugen, A. Nilsson, G. Ravn-Haren, B. Nordvi, K. W. Brønner, L. F. Andersen, K. B. Holven e S. M. Ulven, «Oxidised fish oil does not influence established markers of oxidative stress in healthy human subjects: a randomised controlled trial,» 2012. 

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