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22 dicembre 2025
di Alessandro Fornaro
Rif. rivista N8 | NUOVO COLLEGAMENTO 2025
IL FARMACISTA CLINICO
L’avvio del disegno di legge n. 1605, presentato dal Senatore Adriano Paroli, segna l’ingresso ufficiale di un tema che da tempo attraversa la professione: il riconoscimento della figura del farmacista clinico.

Dopo decenni in cui il quadro normativo italiano è rimasto ancorato a modelli organizzativi tradizionali, la discussione sul disegno di legge dedicato al farmacista clinico riporta al centro dell’attenzione una possibile evoluzione della professione. L’idea non nasce dal nulla: è il tentativo di dare riconoscimento giuridico a competenze cliniche che i farmacisti esercitano ormai da anni, non solo nelle corsie ospedaliere, ma anche nelle farmacie di comunità, dove la gestione della complessità terapeutica è diventata, di fatto, parte integrante della pratica quotidiana. 
Questa proposta legislativa, dunque, offre l’occasione per interrogarsi su come il ruolo del farmacista stia cambiando e su quali spazi di responsabilità potrebbero aprirsi nel prossimo futuro.
Il provvedimento nasce dall’esigenza di aggiornare un impianto assistenziale farmaceutico ancora ancorato al DPR 128 del 1969, una norma che appartiene a tutt’altro contesto demografico, epidemiologico e culturale. In un mondo che ha visto crescere l’età media, la sopravvivenza con patologie croniche, la diffusione della politerapia complessa e la necessità di percorsi assistenziali integrati, quel quadro, a detta di molti, rischia di risultare ormai insufficiente a interpretare la realtà. 
Era dunque auspicabile che la politica si interrogasse sul ruolo che il farmacista può svolgere all’interno di un Ssn che ha bisogno di nuove competenze e di nuovi punti di equilibrio tra sicurezza, appropriatezza e sostenibilità.

L’Europa lo ha già dimostrato
In molti Paesi europei la presenza del farmacista con competenze cliniche è già una realtà consolidata. A tale proprosito, le esperienze maturate, per esempio, nel Regno Unito, in Germania e nei Paesi scandinavi mostrano come l’inserimento del farmacista in team multidisciplinari abbia migliorato la gestione delle terapie, aumentato l’aderenza farmacologica, ridotto gli eventi avversi e, non ultimo, contribuito a un uso più appropriato delle risorse. 
L’Italia, dunque, non avvia un percorso isolato, ma si colloca nella scia di un’evoluzione che altrove ha già prodotto risultati misurabili sul piano clinico ed economico.
È proprio alla luce di queste esperienze che il disegno di legge definisce la figura del farmacista clinico come un professionista capace di affiancare il medico nella valutazione terapeutica. Una definizione che non mira a sovrapporre ruoli né a creare conflitti di competenza, bensì a riconoscere che, in un contesto caratterizzato da fragilità, comorbilità e prescrizioni multiple, nessun professionista può essere lasciato solo. Il farmacista clinico interviene laddove la complessità farmacologica diventa materia da gestire con metodo: riconciliazione delle terapie, prevenzione delle interazioni, valutazione dell’appropriatezza, ottimizzazione dei dosaggi, supporto all’aderenza, identificazione dei rischi legati alle duplicazioni terapeutiche o a un uso scorretto dei farmaci.

Una risorsa per sostenibilità e qualità delle cure
Allo stesso tempo, dal disegno di legge emerge l’obiettivo di rendere omogenea l’assistenza farmaceutica su tutto il territorio nazionale. Come ben sappiamo, oggi l’Italia presenta una significativa variabilità nell’organizzazione dei servizi, con regioni che hanno già introdotto modelli avanzati di presa in carico del paziente cronico e altre che procedono ancora secondo schemi frammentati. Il farmacista clinico, inserito in un quadro regolatorio chiaro e condiviso, potrebbe consentire di superare in parte queste disomogeneità e di garantire, a ogni cittadino, un livello minimo di qualità nella gestione del farmaco, indipendentemente dal luogo in cui vive.
La sostenibilità del sistema sanitario è un altro asse portante del disegno di legge. I dati ci dicono da tempo che una parte significativa degli sprechi, degli eventi avversi e delle ospedalizzazioni evitabili deriva da un uso non ottimale dei farmaci. Anche in questo ambito, la presenza del farmacista clinico potrebbe portare a miglioramenti importanti, permettendo, per esempio, di migliorare l’aderenza alle terapie croniche, evitare interruzioni non motivate, prevenire complicanze derivanti da errori di somministrazione, individuare precocemente i segnali di inappropriatezza. Si tratta di un lavoro silenzioso, ma decisivo per l’equilibrio complessivo del Ssn.
Il ddl sottolinea anche la necessità di dotare questa figura di strumenti organizzativi adeguati e di un perimetro operativo chiaro, affinché il suo contributo possa esprimersi in modo pieno. La definizione delle competenze, l’accesso ai dati clinici del paziente, la partecipazione ai team multidisciplinari e la valorizzazione contrattuale rappresentano condizioni indispensabili per trasformare un’idea in una funzione reale, operativa e misurabile.
Infine, un elemento che tocca da vicino la farmacia di comunità: la gestione della politerapia nei pazienti anziani e fragili. È nelle città, nei piccoli centri e nei territori periferici che il farmacista incontra quotidianamente centinaia di pazienti che convivono con percorsi terapeutici complessi e spesso poco coordinati. 

Proprio qui, servizi come la revisione delle terapie, la riconciliazione farmacologica dopo dimissione ospedaliera, la valutazione dell’aderenza o il “deprescribing” ragionato potrebbero in un prossimo futuro rappresentare strumenti essenziali per prevenire rischi e migliorare la qualità di vita. La proposta di legge sembra proprio voler dare una cornice normativa a queste pratiche, riconoscendo ciò che già accade in molte realtà locali: la farmacia è un presidio clinico a tutti gli effetti, e va messa nelle condizioni di esprimere appieno questo potenziale.
In definitiva, il Ddl sulla figura del farmacista clinico non è soltanto un passaggio legislativo, ma un segnale culturale importante. Indica la volontà - almeno nelle intenzioni - di avvicinare la normativa italiana a una visione più moderna della professione, più aderente ai bisogni concreti dei pazienti e più in linea con quanto già sperimentato in diversi Paesi europei. Resta però evidente che si tratta soltanto di un primo passo, e che la strada per trasformare un principio legislativo in un modello organizzativo funzionante sarà lunga, complessa e tutt’altro che scontata. L’evoluzione della professione, del resto, non dipende solo dalle leggi, ma dalla capacità dei sistemi sanitari di integrare davvero nuove competenze, dalla disponibilità di risorse e dalla volontà politica di sostenerle nel tempo.
Per i farmacisti, questa proposta rappresenta comunque un’occasione preziosa per vedere riconosciuto - e finalmente normato - ciò che da anni viene esercitato quotidianamente sul campo: essere professionisti della terapia, garanti dell’appropriatezza e custodi della sicurezza del paziente. È una prospettiva che apre possibilità, ma che richiede realismo e la consapevolezza che nulla è già acquisito. Sarà il percorso parlamentare, insieme alla capacità della categoria di dimostrare coesione e visione, a determinare se questa potenziale evoluzione potrà diventare una realtà concreta e non restare soltanto una buona intenzione.

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