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13 marzo 2013
di Redazione Nuovo Collegamento
Rif. rivista N. 2 Marzo 2013
DALLA LETTERATURA SCIENTIFICA

L’obesità minaccia anche la salute dei più piccoli
L’obesità costituisce nei bambini un elemento di rischio anche in giovane età e non solo per quando saranno adulti. E’ quanto emerso da uno studio americano che, esaminando i dati relativi a oltre  43mila bambini e ragazzi tra i 10 e i 17 anni, ha evidenziato per i bambini obesi una probabilità tripla di avere qualche problema di salute, mentale o di sviluppo rispetto a quelli con indice di massa corporea normale; per i bimbi in sovrappeso, ma non obesi, l’incremento del rischio è stato valutato pari a 1,3 volte. 
Da: Academic Pediatrics

Asma ed eczemi: 
I DANNI DEL fast food
Un nuovo studio dell’Università di Auckland punta il dito sui pericoli collegati alla frequentazione dei fast food da parte dei più giovani. Secondo i ricercatori neozelandesi, mangiare più di tre volte a settimana il cibo fornito in questi locali può aumentare sino al 40% il rischio di asma ed eczema nei più piccoli. Dall’analisi compiuta sui dati relativi a oltre 500mila bambini appartenenti ad oltre 50 nazioni, gli autori dello studio hanno rilevato come le abitudini alimentari possano comportare un aumento di fenomeni allergici. In particolare, per i giovani adolescenti che consumano cibo spazzatura è stato riscontrato un incremento di probabilità di ammalarsi di asma pari al 40%; per i bimbi di sei e sette anni tale rischio risulta incrementato del 27 %. Lo studio neozelandese ha anche trovato una relazione del cosiddetto junk food  con riniti e rinocongiuntiviti.
Da: Thorax


Contro la cefalea dei bambini meglio il placebo dei farmaci
Uno studio americano evidenzia l’opportunità di intervenire sull’emicrania infantile con un placebo piuttosto che con un farmaco. I ricercatori della Cleveland Clinic, mettendo a confronto 21 sperimentazioni, hanno infatti rilevato che esclusivamente il topiramato e il trazodone sono in grado di ridurre significativamente la frequenza delle cefalee in bambini e adolescenti soggetti a regolari crisi dolorose. Il fatto che il placebo da solo sia in grado di dimezzare la frequenza delle emicranie da 5-6 a 3 al mese, sembra suggerire pertanto di preferirlo al farmaco. A deporre a favore di tale soluzione vi è anche la mancanza di test rigorosi dei principi attivi contro le cefalee nella fascia pediatrica, che portano ad adottare anche sui più giovani una soluzione terapeutica indicata per i soli adulti. 
Da: Jama Pediatrics

Segni dell’autismo 
riconoscibili già a sei mesi
La sindrome autistica può essere individuata nei bambini già in tenerissima età. E’ quanto evidenziato da un’equipe di ricercatori dell’Università di Yale secondo la quale a partire dai sei mesi di vita è possibile riconoscere i primi segnali di allarme di un futuro disturbo dello spettro autistico. I sintomi prodromici riscontrati nei bambini ai quali è stato successivamente diagnosticato l’autismo sono riconducibili a una ridotta capacità di partecipare alle attività sociali proposte dall’esterno: si rileva pertanto in essi una minore attenzione alle persone che hanno intorno e alle loro attività rispetto ai coetanei sani. 
Da: Biological Psychiatry

Aspirina e omega 3 alleati contro le infiammazioni
Ricercatori del Brigham and Women’s Hospital hanno individuato che l’aspirina e i grassi Omega 3 collaborano per eliminare le infiammazioni. Secondo i ricercatori americani l’aspirina innescherebbe, a partire  dagli acidi grassi omega 3, la produzione di molecole denominate risolvine; sarebbero queste a rimuovere l’infiammazione che caratterizza alcune malattie polmonari, malattie cardiache e artriti. Gli autori dello studio hanno rilevato che la risolvina D3, derivante dall’acido grasso omega 3 DHA, risiede maggiormente nel sito interessato dall’infiammazione rispetto alle risolvine D1 e D2; evidenze che inducono a pensare che sia la risolvina D3 a giocare un ruolo centrale nel combattere questa tipologia infiammatoria.
Da: Chemistry & Biology

Anziani, aspirina e rischio 
di degenerazione maculare
L’assunzione regolare di aspirina è correlata all’incremento del rischio di sviluppare la degenerazione maculare senile neovascolare (Amd), prima causa di cecità tra gli anziani. Lo afferma una ricerca australiana che ha condotto un’analisi sui dati provenienti da uno studio della durata complessiva di 15 anni; tra i 2.389 soggetti arruolati, 257 (ossia il 10,8%) facevano regolare uso di aspirina. L’elaborazione dei dati focalizzata sui 63 soggetti che avevano sviluppato Amd ha evidenziato come l’incidenza cumulativa della degenerazione maculare senile neovascolare fra coloro che non assumevano regolarmente l’aspirina fosse dello 0,8 % dopo 5 anni, dell’1,6 % dopo 10 e del 3,7 % dopo 15 anni. Nel gruppo che assumeva con regolarità l’aspirina l’incidenza cumulativa si è dimostrata decisamente superiore: 1,9 % dopo 5 anni, 7 % dopo 10 e 9,3 % dopo 15 anni.
Da: Jama Internal Medicine

Mio-inositolo per prevenire il diabete gestazionale
Potrebbe essere il mio-inositolo, sostanza presente in cereali e frutta, l’arma per prevenire il diabete in gravidanza. Lo sostiene uno studio pilota dell’Università di Messina che ha reclutato 220 gestanti con una storia familiare di diabete di tipo 2. Ad una porzione del campione, dalla fine del primo trimestre sino al termine della gravidanza, è stato somministrato per due volte al giorno un supplemento di mio-inositolo, unitamente all’acido folico; il gruppo di controllo ha invece assunto esclusivamente acido folico. L’analisi dei dati acquisiti ha fatto emergere una probabilità pari al 7% di incorrere nel diabete gestazionale per le donne che rientravano nel braccio attivo; tale probabilità si attestava invece al 15% nei soggetti che avevano assunto solo acido folico. 
Da: Diabetes Care 

Vitamina C: risorsa contro il raffreddore
Nei soggetti sottoposti a pesante stress fisico, la vitamina C potrebbe essere particolarmente utile. Lo dimostrano cinque studi differenti effettuati presso l’Università di Helsinki: tre riguardanti maratoneti professionisti, uno bambini in un campo di sci e uno soldati impegnati nelle esercitazioni invernali. Tutti gli studi hanno evidenziato che la vitamina C, soprattutto nei maschi, riduce la durata del raffreddore. Tradotto in termini numerici, dosi giornaliere di vitamina C, pari a un grammo o più, riducono la durata media di un raffreddore dell’8 % negli adulti e del 18 % nei bambini. Evidenze  che comprovano l’effetto biologico della vitamina C sul raffreddore. 
Da: The Cochrane Library

Troppa vitamina C facilita la formazione di calcoli renali
Supplementi di vitamina C negli uomini potrebbero favorire l’insorgenza di calcoli renali. A mettere in guardia sull’assunzione di questa vitamina è uno studio svedese che ha coinvolto 23.355 uomini, monitorandoli per 11 anni. Durante il periodo di follow up, 436 soggetti hanno sviluppato alcoli renali. L’elaborazione dei dati raccolti ha quindi rivelato come gli uomini che assumevano tipicamente 1000 milligrammi al giorno di vitamina C avevano una probabilità doppia di soffrire di calcoli. Tale rischio aumentava in relazione alla  frequenza di assunzione. Non è emersa invece alcuna associazione rischiosa con i preparati multivitaminici, contenenti minori concentrazioni di vitamina C.
Da: JAMA Internal Medicine

Contro la tosse persistente  TANTA pazienza E NO ANTIBIOTICI
E’ di 18 giorni, in media, la durata di una tosse insistente, a dispetto della convinzione diffusa che la tosse non possa persistere oltre una settimana. E’ un nuovo studio americano ad asserirlo, basato sull’analisi di 19 ricerche sull’argomento e sui dati raccolti attraverso un’intervista a oltre 500 pazienti: la tosse, di qualsiasi origine essa sia e senza complicazioni preoccupanti, dura tra i 15 e i 28,6 giorni, con una media di 18 giorni; nella maggior parte dei casi è di origine virale e pertanto non risponde all’uso di antibiotici. Per queste ragioni gli autori dello studio sconsigliano di intervenire con i farmaci a una sola settimana dall’insorgenza del disturbo; i miglioramenti che il paziente rileverebbe dopo una settimana di terapia non sarebbero in realtà dovuti alle medicine bensì al normale decorso dell’affezione. Gli autori dello studio consigliano invece il ricorso alla terapia farmacologica solo in presenza di sintomi quali respiro corto, febbre alta persistente e muco con tracce di sangue.
Da: Annals of Family Medicine


PREVENIRE GLI ATTACCHI 
CARDIACI: TANTA FRUTTA
Mangiare tre porzioni di fragole e mirtilli alla settimana potrebbe aiutare le donne a ridurre di almeno un terzo il rischio di attacchi cardiaci. Lo rivela uno studio  della Harvard School of Public Health di Boston che ha coinvolto 93.600 donne tra i 24 e i 42 anni invitandole a compilare un diario relativo alla propria dieta per un periodo complessivo di 18 anni. Dall’analisi dei dati raccolti è emerso che le donne che mangiavano più mirtilli e fragole avevano il 32% di probabilità in meno di subire un attacco cardiaco rispetto a quelle che ne mangiavano meno di una porzione al mese. La ragione di tale effetto positivo risiede negli alti livelli di flavonoidi presenti in questi frutti,  contenuti anche nell’uva e in altri vegetali. In particolare le antocianine, sottoclasse di flavonoidi, svolgerebbero un’azione positiva contro gli attacchi cardiaci dilatando le arterie e contrastando la formazione di placche. 
Da: Circulation: Journal of the American 
Heart Association

Poco caffè per limitare 
i problemi di incontinenza
Sono sufficienti due tazze di caffè al giorno per provocare negli uomini problemi di incontinenza. 
A lanciare l’avvertimento è una ricerca dell’Università dell’Alabama, secondo la quale la quantità di caffeina presente solitamente in due tazzine di espresso, pari a circa 150-160 mg, può irritare la vescica e provocare l’involontaria perdita di urina. I ricercatori americani, servendosi dei dati di un sondaggio effettuato tra il 2005 e il 2008 su circa 4.000 uomini, hanno indagato  il legame tra incontinenza e la quantità di caffeina consumata al giorno. Oltre a identificarne la quantità sufficiente a scatenare il disturbo (mediamente 169 milligrammi), lo studio ha evidenziato come il 72% dei soggetti interessati da incontinenza moderata o grave fosse solito bere circa 234 mg di caffè al giorno. Il doppio d probabilità di incorrere in questo disturbo è stato rilevato nei soggetti che assumevano più di 5 tazzine di espresso al giorno, per una quantità di caffeina introdotta nell’organismo pari a 392 mg.
Da: The Journal of Urology


Quel grasso che fa bene
Uno studio americano condotto su oltre tre milioni di persone promuove le forme morbide della siluette. A detta dei ricercatori, infatti, un po’ di grasso sul girovita rappresenta, soprattutto in inverno, una dose di energia in più per combattere raffreddori e influenze. Questi accumuli adiposi ricoprono un ruolo fondamentale in una moltitudine di processi nell’organismo; tra questi il rilascio di particolari segnali chimici che, azionando le cellule del sistema immunitario, risultano essenziali per combattere infezioni e patogeni. Questo è il motivo per cui i soggetti molto magri sono più suscettibili a raffreddori e attacchi virali. 
Da: Journal of the American Medical Association

L’effetto dell’insulina 
varia nelle 24 ore
Per scongiurare diabete e obesità non è importante solo stare attenti a ciò che si mangia ma anche a quando si mangia. A mettere in guardia su entrambi gli aspetti è uno studio della Vanderbilt University, condotto su modelli murini, che ha dimostrato come l’azione dell’insulina aumenta e diminuisce in funzione del ritmo circadiano, dando luogo a una cospicua variazione delle soglie metaboliche durante le 24 ore. Per questo motivo i topi più sregolati dal punto di vista alimentare  sono quelli più inclini ad aumentare il proprio peso a sviluppare diabete e obesità. 
Da: Current Biology

Pochi addii alla sigaretta 
anche dopo un infarto
Smettere di fumare è sempre molto difficile, anche quando si è reduci da un infarto acuto del miocardio. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology che ha preso in esame 392 pazienti con 54 anni di età media e che fumavano 23 sigarette al giorno; il campione è stato trattato in parte con il farmaco e in parte con placebo. Dopo un anno di follow up l’astinenza dalla sigaretta era praticata dal 37% del braccio attivo e dal 32% del braccio di controllo. I soggetti che non erano riusciti ad abbandonare il vizio, fumavano, indipendentemente dal gruppo di appartenenza, 8 sigarette in media al giorno. Una riduzione importante, ma i cui benefici non eguagliano quelli conseguiti con una totale astinenza dal fumo. 
Da: Journal of the American College of Cardiology


Smog ancora più pericoloso per chi è reduce da un infarto
La più ampia ricerca condotta sino ad oggi su quanto il particolato atmosferico incida sulla sopravvivenza di chi è reduce da un ricovero ospedaliero per sindrome coronarica ha evidenziato conseguenze allarmanti. Lo studio ha seguito, dal 2004 al 2007, 154.204 pazienti di Inghilterra e Galles; i dati relativi al campione sono stati comparati ai valori delle concentrazioni medie di inquinamento dell’aria rilevate tra il 2004 e il 2010 in Gran Bretagna. E’ così emerso che la maggior percentuale dei 39.963 decessi è stata riscontrata a Londra, città contraddistinta dalle più elevate esposizioni alle polveri PM2,5. In termini numerici il rischio di morte, tra i pazienti precedentemente ricoverati in ospedale con sindrome coronarica acuta che vivono in centri urbani con forti condizioni di smog, è superiore del 20 % rispetto a quella riscontrata in pazienti che vivono in condizioni più salubri. 
Da: European Heart Journal

Quando la depressione 
si annida nella rete
Una ricerca dell’Università degli Studi di Milano e della Swansea University britannica mette in guardia sulla dipendenza da internet. Gli scienziati hanno preso in esame 60 soggetti, con un’età media di 24 anni: il campione è stato sottoposto a una serie di test psicologici, finalizzata a valutare i livelli di dipendenza dalla reta, l’umore, l’ansia, la depressione, eventuali disturbi di personalità e tratti autistici. Dopo questa fase i partecipanti hanno utilizzato liberamente Internet per 15 minuti, per poi essere nuovamente sottoposti a test per valutare lo stato d’ansia e l’umore. E’ così emerso che le persone dipendenti da Internet subiscono, a differenza di chi non accusa questo disturbo, una significativa riduzione del tono dell’umore immediatamente dopo l’interruzione della connessione. Questi soggetti sono quindi portati a cercare di mutare lo stato emotivo spiacevole riconnettendosi alla rete; azione, quest’ultima, che in realtà rafforza questa spirale di dipendenza. La ricerca ha inoltre evidenziato che la dipendenza da Internet può essere associata a situazioni di depressione pregressa, anticonformismo impulsivo e tratti di autismo. Proprio la relazione con alcuni elementi dell’autismo risulta particolarmente nuova e interessante anche se, per comprenderne la motivazione, sarà necessario effettuare nuove indagini.
Da: Plos ON

Vulnerabilità al raffreddore scritta nei telomeri
E’ stato individuato un marcatore biologico che potrebbe predire la capacità di combattere il comune raffreddore: si tratta della lunghezza dei telomeri, che subisce una diminuzione con l’avanzare dell’età.  
La misurazione dei  telomeri dei globuli bianchi di 152 volontari sani con età compresa fra i 18 e i 55 anni, effettuata dai ricercatori della Carnegie Mellon University, ha evidenziato come i soggetti con telomeri più corti presentino una maggiore probabilità di essere infettati dal rinovirus. 
Secondo la ricerca i telomeri delle cellule T-citolitiche CD8CD28 sarebbero i più efficaci nel predire la vulnerabilità al virus del raffreddore e l’entità dei sintomi dell’infezione. Gli autori dello studio precisano che tale capacità predittiva si delinea intorno ai 22 anni, per acquisire sempre maggior precisione con l’avanzare dell’età. 
Da: Journal of the American Medical Associatio

Problemi di memoria in menopausa: individuato 
un possibile indicatore
Nelle donne con più di 45 anni la tendenza del sangue a coagulare potrebbe essere un utile indicatore del rischio di problemi mnemonici. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori della Mayo Clinic hanno coinvolto 95 donne con 53 anni di età media, tutte recentemente entrate in menopausa. Il campione, sottoposto a diverse risonanze magnetiche nel corso dei quattro anni di studio, è stato suddiviso in due gruppi: il braccio attivo è stato sottoposto alla terapia ormonale, a quello di controllo è stato somministrato placebo. E’ così emerso come le donne con livelli più elevati di microvescicole trombogeniche (piastrine che aumentano le possibilità di coagulazione sanguigna) presentassero un rischio maggiore di sviluppare l’iperintensità della materia bianca e la perdita di memoria ad essa connessa. 
Da: Neurology

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