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DAL LICEO CLASSICO ALLE PROFESSIONI SANITARIE

L'educazione alla comprensione delle strutture complesse
05 maggio 2026
di Adele Zampieri
Rif. rivista N3 |NUOVO COLLEGAMENTO 2026
DAL LICEO CLASSICO ALLE PROFESSIONI SANITARIE
Dalla formazione alla comunicazione: il farmacista di oggi deve saper tradurre competenze complesse in una relazione efficace con il paziente. Tra social, divulgazione e aspettative delle nuove generazioni, il vero valore resta la capacità di spiegare, guidare e dare senso alla scienza, anche grazie a un metodo analitico che affonda le radici in percorsi formativi strutturati.

La scelta del percorso classico per chi ambisce a una carriera scientifica viene spesso interpretata come un anacronismo o, nel migliore dei casi, come una deviazione culturale. 
Al contrario, l’immersione nel greco e nel latino costituisce un esercizio di scomposizione e analisi che trova un riscontro nel metodo scientifico. 
Lo studio nel liceo classico educa alla comprensione delle strutture complesse, alla precisione del lessico e alla ricerca dell’eziologia (intesa come indagine sulle cause di ogni fenomeno). 
Tale “forma mentis” è una risorsa preziosa per la futura pratica clinica, poiché abitua a non accettare il dato superficiale, ma a ricercare la logica interna ad ogni sistema, sia esso un testo antico o un quadro sintomatologico.
Tuttavia, è necessario riconoscere che tale formazione presenta delle criticità strutturali. Il sistema dei licei classici tende a privilegiare l’insegnamento teorico piuttosto che preparare su un riscontro pratico. La carenza di laboratori e di un approccio sperimentale rischia di creare un distacco tra la capacità analitica e la capacità operativa. Per uno studente che punta alle facoltà medico-scientifiche, questo squilibrio rappresenta una sfida, poiché le proprie capacità di logica e comprensione devono essere integrate, spesso in autonomia, con una solida competenza tecnica che la scuola non sempre garantisce con profondità nei programmi letterari. 
Questa esigenza di preparazione a 360° si scontra con le attuali strategie di comunicazione adottate da molti professionisti della salute sulle piattaforme digitali. È comprensibile lo sforzo di medici e farmacisti che, nel tentativo di abbattere il muro di freddezza che storicamente separa le diverse generazioni, scelgono di adottare linguaggi informali o approcci marcatamente ironici. L’intento è quasi sempre quello di umanizzare la figura del sanitario, rendendola più accessibile alla sensibilità giovanile. 
Tuttavia, questa adesione ai codici moderni finisce spesso per far passare in secondo piano l’autorevolezza del ruolo. Noi giovani non cerchiamo necessariamente un “pari” che parli il nostro slang o si presti a sketch comici; cerchiamo piuttosto un punto di riferimento che ci affascini con la propria preparazione e passione. Infatti, quando la competenza dei professionisti viene trattata con frivolezza da questi ultimi, la percezione della serietà della professione ne esce inevitabilmente sbiadita, trasformandola in un contenuto di rapido consumo, frutto dello “scrolling”. 
Un approccio realmente efficace alla divulgazione dovrebbe puntare, piuttosto, sul fascino delle competenze applicate, rispondendo a quella curiosità per il “dietro le quinte” che spesso viene ignorata. C’è tra i giovani un interesse profondo per gli aspetti pratici: si pensi come la chimica studiata tra i banchi di scuola sia la base della cosmetica moderna (un mondo che ci appassiona tra make up e skin care), o alla rigorosità necessaria per mantenere la sterilità completa in un ambiente operatorio. Spiegare la “ratio” di questi protocolli e l’esecuzione di determinate task, restituirebbe alla medicina quella serietà che i contenuti ludici tendono ad oscurare.
Altro problema della divulgazione media sui social riguarda la condivisione dell’esperienza di studio che proviene proprio da chi questo percorso lo sta vivendo. Mi riferisco a una certa categoria di studenti, che hanno trasformato il proprio iter accademico in una sorta di “angolo lamentele”. L’ostentare il sacrificio come elemento necessario nel futuro sanitario, alimenta uno scoraggiamento preventivo tra me e i miei coetanei: in molti rinunciano a intraprendere questo percorso ancor prima del test d’ingresso.  In tale contesto, una reale svolta potrebbe scaturire dal confronto con ambiti di ricerca internazionali, ad esempio opportunità di studio in realtà come il Giappone, dove la medicina si basa sullo sviluppo di materiali e tecnologie all’avanguardia. 
Confrontarsi con un’innovazione così spinta significa immergersi in un ambiente dove la precisione è l’unico linguaggio ammesso, trasformando lo studio in una sfida costante, indipendentemente dall’indirizzo scolastico conseguito.
Il rigore analitico del percorso classico trova in questi ambiti la sua applicazione più concreta: un vantaggio che consente di comprendere sistemi tecnologici sempre più complessi, andando oltre il semplice bagaglio teorico. Così lo studio torna a essere una sfida intellettuale, necessaria per affrontare la reale complessità delle cliniche del futuro.
È proprio in questo equilibrio tra metodo, competenza e capacità di comunicarli che si gioca oggi il ruolo del farmacista: interprete credibile della complessità sanitaria.

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